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I Tokio Hotel sul nuovo album: «Dream Machine è il disco dei nostri sogni»

Correva l’anno 2001 quando nella città di Magdeburgo, in Germania, i due gemelli Bill e Tom Kaulitz decisero di fondare una band con Georg Listing e Gustav Schäfer. Nato prima con il bizzarro nome Devilish, il gruppo deciderà poi di chiamarsi – in modo forse ancora più bizzarro – Tokio Hotel, ed è questo il nome che sicuramente vi sarà capitato di sentire più e più volte nel corso degli anni 2000. Dal 2005 al 2009, i Tokio Hotel sfornano infatti ben quattro album, finendo per diventare dei veri e propri teen idol: etichetta difficile da scrollarsi di dosso e che la band sta provando quantomeno a ‘modificare’, prima con l’album Kings of Suburbia del 2014 e ora con Dream Machine, uscito il 3 marzo 2017. Come riescono a reinventarsi quattro ragazzi che suonano insieme da più di 15 anni e che sono abituati a confrontarsi con un pubblico ben preciso? Lo abbiamo chiesto direttamente a Bill Kaulitz.

Ciao Bill, come stai? Vorrei iniziare subito da una definizione che avete dato di quest’album, Dream Machine. Ho letto che lo ritenete l’album ‘dei sogni’, il punto massimo della vostra carriera. È proprio così? Sì, assolutamente. È la prima volta che curiamo personalmente i dettagli di un progetto dall’inizio alla fine. Abbiamo scritto tutto noi, ci siamo occupati del mixaggio, abbiamo curato interamente la produzione. È stato bellissimo chiudersi in studio, eravamo solo noi quattro e la sensazione era quella di ritornare ai giorni in cui abbiamo iniziato a fare musica. Sento che stiamo finalmente realizzando la musica che abbiamo sempre voluto scrivere. E questo fa bene soprattutto alla creatività.

In che senso? Sai, a volte servono un paio di album per arrivare a questo punto, servono sforzi. Posso dire con certezza che questo è il disco di cui siamo più orgogliosi, in assoluto.

Deve essere una sensazione bellissima. Come mai, però, questo album arriva solo ora? Penso innanzi tutto che dipenda dal fatto che non abbiamo più bisogno di scendere a compromessi. Abbiamo cambiato etichetta e non dobbiamo più lavorare con gli stessi produttori, quindi sicuramente siamo più liberi da un punto di vista contrattuale. Va anche detto che a mio parere siamo ormai capaci di realizzare e produrre un album da soli. Quando abbiamo iniziato eravamo giovanissimi, non sapevamo come funzionassero le cose. L’industria musicale segue un po’ le sue regole ed è tutta una questione di creatività e di come si riesca a infonderla poi nel prodotto discografico.

Spiegati meglio. Il fatto che ti piaccia un certo tipo di sound, non implica che tu sia necessariamente in grado di riprodurlo o di tirarlo fuori. È un viaggio e serve un po’ di tempo per arrivare a destinazione.

I primi due singoli, a questo proposito, sono What If e Something New, i cui titoli sono anche abbastanza iconici. Come mai avete scelto questi due brani per presentare al pubblico il vostro nuovo progetto? Something New è una canzone che sento molto vicina a me, mi tocca realmente nel profondo. È merito sia del testo che della melodia, si fondono insieme per creare qualcosa che riesce a rapirti e, in un certo senso, è un brano molto cinematografico. Descrive benissimo anche l’anima dell’album, perché è una canzone molto libera, quasi senza strutture. È questo lo spirito del disco.

Sembra quasi una canzone autobiografica. Something New descrive proprio il momento in cui si riesce a intravedere qualcosa di nuovo, ma non si ha il coraggio di ‘lanciarsi’. È una paura che mi porto dietro da sempre e con cui sto cercando di venire a patti, proprio per questo è un brano che sento molto mio. Era quasi scontato per me che sarebbe stato il primo pezzo estratto dall’album.

Invece cosa mi dici di What If? Penso che sia semplicemente una canzone che ti fa venir voglia di ballare. Something New e What If sono la perfetta combinazione di due sound differenti che, tuttavia, descrivono molto bene l’album. Ecco perché sono stati i due primi singoli che vi abbiamo fatto ascoltare.

Mi hai detto che vi siete sentiti molto liberi di realizzare questo album. Come avete lavorato in studio? Tom era in studio ogni giorno, realizzava continuamente musica, la produceva. Se vuoi avere un’immagine chiara di cosa faccia Tom in privato, puoi immaginartelo davanti a un laptop che produce musica tutto il giorno (ride, ndr).

Per cui ‘inizia’ tutto da Tom? La maggior parte delle volte sì, è lui che ha un’idea. Mi suona qualcosa e da lì iniziamo poi insieme a costruire una canzone. Può essere qualunque cosa, un accordo di chitarra o un beat particolarmente interessante. Partiamo da lì, ma ogni volta può accadere in modo diverso, con un diverso incipit.

Quanto è stato difficile crescere insieme in senso artistico? Sembra tutto naturale, ma non è detto che sia facile ritrovarsi ad avere le stesse idee dopo 15 anni. Si può dire che siamo due estremità della stessa linea. Io e Tom sappiamo in cosa siamo bravi, ci sono cose che io so fare e lui no, e viceversa. Lui, ad esempio, è un musicista di grande talento, mentre io non ho mai suonato uno strumento musicale né sarei in grado di produrre un album. Insieme acquisiamo un senso ed è il motivo per cui continuiamo a lavorare insieme. Solo così siamo in grado di raggiungere i nostri obiettivi e di esprimere al massimo la nostra creatività. Ci capiamo anche senza guardarci, abbiamo una connessione impossibile da realizzare ‘artificialmente’. Fortunatamente, proviamo interesse per le stesse cose e quindi insieme siamo perfetti.

In quello che chiami il vostro ‘viaggio’, quanto è stato intenzionale (ed eventualmente difficile) scrollarsi di dosso l’etichetta di teen band? Sì, lo ribadisco: è sicuramente un viaggio. Non si tratta di qualcosa che ottieni nel corso di una notte o che puoi forzare. L’aspetto più importante per noi resta quello di realizzare la musica che vogliamo, qualcosa che ci piaccia e, nello stesso tempo, che dimostri di cosa siamo capaci. Devi essere felice di ciò che realizzi e, solo in un secondo momento, ti devi preoccupare di trovare un pubblico che apprezzi la tua musica. Se sei fortunato, alla gente piacerà. Non puoi realizzare musica pensando al pubblico. Siamo quindi semplicemente felici di ciò che abbiamo realizzato in studio, anche se non possiamo costringere la gente ad ascoltarci. Speriamo ovviamente che la gente apprezzi.

Siete contenti di tornare in Italia? Vi aspettano due date, il 28 marzo al Fabrique di Milano ed il 29 marzo all’Atlantico di Roma. Sono super emozionato anche perché è un po’ di tempo che non tornavamo in Italia. Sono sicuro che saranno due concerti bellissimi, perché sappiamo di essere molto amati nel vostro paese. Stiamo cercando di realizzare degli show veramente speciali per voi.

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