Interviste

Tutto quello che dovete sapere sul tour di Tiziano Ferro, spiegato da lui

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È cominciato il 20 giugno da Torino il tour negli stadi di Tiziano Ferro. Una nuova esperienza, assaporata per oltre un anno, che si consumerà nell’arco di due settimane, fino al concerto di Verona dell’8 luglio. Poco prima di cominciare, l’artista di Latina ci ha parlato di come ha preparato lo spettacolo e di quale concerto vedranno le tantissime persone che parteciperanno a questa sua “prima volta”.  Un debutto affascinante, perché affrontato con l’esperienza di una carriera che ormai ha superato i 10 anni. Tratto da Onstage Magazine n. 78 di luglio-agosto 2015

«È importante che la squadra sia composta da grandi persone oltre che grandi musicisti, perché la chimica in una band è tutto». Mancano un paio di settimane all’esordio. Tiziano sta ultimando le prove (in studio) con la band e non trattiene l’entusiasmo. «Tim Stewart viene dal tour con Lady Gaga. È un grande professionista, un chitarrista dal tocco magico, e l’intesa con lui è totale. Speravo che trovassimo subito un linguaggio comune e ci siamo riusciti. Tra i nuovi c’è anche il batterista Aaron Spears, lo seguivo da tempo ma solo dopo l’ultimo tour con Usher sono riuscito a conoscerlo: l’ho scongiurato di suonare con me e per fortuna ha accettato! Un’altra new entry è Nicola Peruch, organo, tastiere e piano, ottimo musicista e bravissimo ragazzo. E poi figure per me storiche come Davide Tagliapietra, che con la sua chitarra mi accompagna fin dal primissimo provino. Luca Scarpa alle tastiere, irrinunciabile. E Reggie Hamilton, uno dei migliori bassisti del mondo e un amico che fa del bene a tutti a livello umano oltre che musicale». Mettiamo subito le cose in chiaro, sembra dirmi Tiziano. Ci sono gli stadi, ok, ma la musica resta musica anche dentro queste strutture enormi. E per fare grande musica servono grandi musicisti. Elementare, ma non scontato. Tanti artisti per entrare in certi spazi scelgono strade radicalmente diverse. Il tour 2015 è un nuovo debutto per il 35enne Tiziano Ferro, una nuova prima volta. Curiosità, consapevolezza, un pizzico di giustificata paura, gioia. Le emozioni che si avvertono chiaramente nelle parole di Tiziano raccontano di un artista che dopo quasi 15 anni di carriera sta affrontando un tour con l’adrenalina dell’esordio e la serenità dovuta all’esperienza. Non credo ci siano condizioni migliori per salire su un palco.

Fino allo scorso autunno dicevi che gli stadi ti “spaventavano” e che solo la consapevolezza di dover fare il tuo spettacolo, i tuoi stadi, diversi da tutti gli altri, ti dava la sicurezza necessaria per affrontarli. Come saranno gli stadi di Tiziano Ferro?
Credo che quando le cose si fanno complicate, bisogna cercare risposte nella verità, e quindi nella semplicità. E questa è una di quelle situazioni. Non essendo un artista rock, il mio è uno spettacolo di canzoni. E quindi ho pensato di fare quello che so fare meglio, cioè cantare delle belle canzoni, senza inventare nulla. Ci sono 15 anni di singoli che il pubblico ama – del resto sono loro ad avermi portato fino a qui – e c’è il mio entusiasmo. Piuttosto che inventarmi chissà cosa ho preferito assemblare una band di altissima qualità, composta di grandi professionisti che sono capaci di raggiungere il massimo livello possibile per la mia musica. È uno spettacolo molto suonato, con una grande interazione tra me e il gruppo e molta meno elettronica rispetto al passato.

Immagino che il palco assecondi questa idea.
Devo essere sincero: mi sono sempre fidato dei professionisti con i quali collaboro e ho sempre lasciato che fossero loro a proporre un progetto. È andata così anche per il tour 2015. Solo che di solito ci sono dei passaggi prima di arrivare al disegno definitivo del palco e delle luci. Questa volta no: Claudio Santucci, creativo di Giò Forma, ha presentato un concept che mi è piaciuto fin dal principio, sia per la gestione degli spazi che per la disposizione degli schermi. Senza che gli avessi detto nulla, il disegno andava incontro ai due obiettivi che avevo in testa: innanzitutto far vedere bene lo show anche al più lontano degli spettatori – che poi è l’esigenza che sento io quando a vado a vedere un concerto. Ci sono metri quadrati su metri quadrati di schermi ad altissima definizione e visual di grande gusto. Ma senza esagerazione. Tutto volevo tranne che un baraccone, non mi si addice. E questo era l’altro obiettivo: una struttura grande, da stadio, ma sobria, con linee pulite, che non distolga l’attenzione dalla musica, che deve restare il centro di tutto.

Mi sembra di capire che tu abbia dato la priorità all’esigenza di sentirti a tuo agio in uno spazio che conosci poco piuttosto che alla resa spettacolare dello show.
Un artista deve necessariamente sentirsi a proprio agio nell’affrontare un’esperienza del genere. Specialmente se, come nel mio caso, si tratta della prima volta. Affrontare un esordio da giovanissimo è più semplice perché hai dalla tua l’incoscienza e la sfacciataggine dell’età. A 35 anni lo fai con un’altra testa, hai bisogno di maggiori certezze. Sono riuscito a trovare un giusto bilanciamento. Come ti dicevo, siamo partiti dalla “famiglia”, cioè dalla band. Dopodiché abbiamo lavorato anche su situazioni altamente spettacolari che mi fanno sentire “scomodo” ma mi divertono ed eccitano così tanto che la scomodità non mi pesa. Momenti nei quali sacrifico qualcosa del canto, ma lo faccio volentieri perché quello che accade è qualcosa che gratifica me e lo spettatore ugualmente.

Dici che il focus è sulle canzoni: come hai scelto la scaletta?
Ti dico una cosa molto chiara, che non può essere travisata: la scaletta è composta dai singoli che ho estratto dai miei dischi. Tutti, e solo loro. Che poi è il tipo di show che vorrei vedere io quando vado ai concerti dei miei idoli. Il vantaggio di un tour che segue una raccolta sta proprio nel potersi permettere questa soluzione. È una scaletta “a prova di lamentela”, perché non ne manca uno dei miei pezzi più famosi. Naturalmente, per questioni di tempi, ho escluso duetti e collaborazioni esterni ai miei album.

Dimmi che non li suonerai in ordine cronologico.
Certo che no! Non avrebbe senso. Il concerto è un piccolo viaggio durante il quale l’artista accompagna l’ascoltare, che ha voglia di fare con lui quel viaggio. Per questo è giusto pensare alla scaletta come a un percorso di salite, discese, pause… Mi piace molto studiare l’ordine delle canzoni di un concerto. Sono un feticista delle scalette, le adoro! Le farei anche per gli artisti che mi piacciono (ride, ndr).

Una parte del pubblico sarà molto più lontano rispetto al solito. Ma non è detto che l’empatia ne soffra, anzi chi fa gli stadi abitualmente sostiene che l’energia sprigionata da tutta quella gente rischia addirittura di travolgere chi sta sul palco. Che ne pensi?
Ho solo un’esperienza alle spalle, all’Olimpico nel 2012, che è stata rivelatrice. Quella sera, mi sono accorto che lo stadio impone un altro modo di parlare alle persone, di comunicare. È lo stesso shock che ho vissuto quando sono passato dai club ai palazzetti: posso dire di essermi abituato a quella dimensione solo durante l’ultimo tour… ed era il terzo o il quarto! Finalmente avevo preso le misure spazio-emotive e me la godevo. Con gli stadi ricomincio da capo, non so che cosa accadrà, è l’incognita che mi tiene sveglio queste notti. Perché non la posso controllare, non la posso pre-gestire. So solo che non è la stessa cosa, perché spazi diversi hanno diversi modi di mettere in relazione le persone che in quegli spazi si muovono.

Paura. È una parola che ricorre spesso nelle tue interviste. Hai paura degli stadi?
All’inizio della mia carriera ho capito una cosa: dovevo abbandonare l’idea di rispondere a canoni che la musica mi sembrava imporre. Come per esempio essere sicuri, sempre fighi e a proprio agio in ogni situazione, capaci di avere relazioni perfette con i discografici e i fan. Non ci sono mai riuscito, per fortuna aggiungo, e quindi mi sono abbandonato all’opposto. Quando ho iniziato, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, tutto era pop e colorato ma ho avuto la forza di ricordare alla gente che esistono anche quelli deboli, quelli fragili e quelli che parlano di queste persone, ne cantano le gesta e non se ne vergognano. Questo approccio è diventato il mio punto di forza, perché accettare significa vincere. È un concetto che ho portato ancora più in alto con me stesso su altri fronti, ma vale anche a livello artistico. Non ho paura di avere paura. Non mi spaventa l’idea di sbagliare o di mostrare le mie fragilità, e penso che molta gente si sia avvicinata alle mie canzoni proprio per questo. Mi rendo conto di non essere perfetto e patinato come tanti cantanti pop, ma forse io sono qui a fare un altro lavoro rispetto a loro. Io sono quello che canta con l’anima.

Si dice che non ti piaccia più di tanto stare sul palco. In effetti pensando che il tuo ultimo concerto risale al 2012 ci si potrebbe quasi credere.
I miei artisti di riferimento sono John Lennon e Lucio Battisti. Artisti da studio, che amavano scrivere, artisti riservati. Evidentemente mi sono riconosciuto in loro. Non posso nascondere che la mia attitudine umana sia quella della persona solitaria. Sono uno solitario nella vita, non esco molto, non ho molti amici, e di conseguenza automaticamente a livello artistico questa mia attitudine si proietta in un atteggiamento riservato. Un concerto per me non può diventare un ripetersi meccanico: salire sul palco significa mettere in gioco la propria anima. E non riesco a farlo alla leggera, per me è faticosissimo. Il palco mi sfinisce emotivamente, vengo talmente svuotato dall’esperienza dal vivo che non posso riproporla frequentemente.

Cosa pensi di quei tuoi colleghi che invece sembrano non voler mai scendere dal palco?
Non ti nascondo che in certi casi la trovo un’esagerazione. Non voglio assolutamente fare polemica, ma mi chiedo come facciano. Sarà sicuramente un discorso di attitudine: probabilmente riescono a divertirsi, beati loro, e a vivere i concerti con più leggerezza di quanto riesca a fare io. Ma ci vedo anche un pizzico di presenzialismo, che un po’ mi disturba. Io non sono così. Ho l’esigenza di esprimermi quando sono nelle condizioni di farlo, non di esserci sempre e a tutti i costi.

A un tour così grande lavorano tantissime persone: l’industria Tiziano Ferro ha ormai dimensioni enormi. Che effetto ti fa?
Mi fa sentire felice, in un mondo in recessione continua, in un mercato dove ho visto perdere il lavoro a tanta gente che conosco. I live per fortuna funzionano e permettono a tanta gente di lavorare. Tra le cose belle dei tour c’è anche il contatto con queste persone che incontro ogni due, tre anni: tecnici, fonici e tutti i professionisti che lavorano a produzioni del genere. Si crea una bella atmosfera anche quando le luci sono spente. Una tournée del genere fa bene a tanti, sotto molti i punti di vista.

Hai pensato alle prime parole che dirai entrando sul palco dell’olimpico di Torino, debutto del tour?
No, non ci ho pensato. Sarà una cosa che deciderò al momento, anche perché faccio molta fatica a memorizzare dei copioni. Funziono molto meglio con l’improvvisazione e sarà così anche negli stadi.

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