Interviste

Un alieno tra noi – Giovanni Allevi

Alien è il titolo dell’ultimo disco per pianoforte solo di Giovanni Allevi, che non avrebbe potuto scegliere sostantivo migliore per un suo progetto. Perché “alieno”? Non è solo il suo talento, ma anche il dono che gli consente di trasformarsi da timida persona (qual è nel privato) a carismatico artista. Qualche settimana prima della data inaugurale del suo tour, una chiacchierata elettronica ha confermato l’impressione avuta qualche anno fa.

di Daniele Salomone – foto: Gianluca Saragò

La prima volta che ho incrociato Giovanni Allevi è stato qualche settimana prima dei suoi concerti sinfonici all’Arena di Verona con la All Star Orchestra, nel settembre di due anni fa. Allevi era una celebrità da almeno un paio d’anni. Eppure, nella stanza che ospitava il nostro incontro, mi sono trovato di fronte una persona timida, quasi in imbarazzo, che tradiva una certa fragilità. Salvo poi trasformarsi in un convinto trascinatore man mano che le parole davano forma ai suoi ragionamenti. E’ lo stesso identico “miracolo” che si compie quando con un pianoforte trasforma in note la musica che ha pensato, coccolato, custodito gelosamente nella sua testa. Il timido Giovanni che diventa il grande Allevi.

Questa volta i suoi impegni non ci consentono di incontrarci. Ci scriviamo. Uno scambio epistolare dal sapore antico che soddisfa il palato di entrambi, anche se naturalmente il supporto non è cartaceo ma elettronico. Non lo vedo, ma mentre gli scrivo lo immagino esattamente come in quella stanza in cui l’ho conosciuto. E quando leggo le sue risposte, ho di nuovo la sensazione che il timido Giovanni abbia subito una nuova metamorfosi, trasformandosi nel grande Allevi.

Giovanni, innanzitutto vorrei sapere com’è il tuo umore dopo le premiere internazionali di Alien. Come hanno accolto all’estero il tuo nuovo lavoro? Esaltante! Sono davvero contento di aver eseguito Aliensui palchi internazionali. L’accoglienza è stata come sempre festosa, e ogni volta mi stupisco di come la mia musica strumentale entri in sintonia con le emozioni dei ragazzi indipendentemente dai confini geografici. Incontrare soprattutto i giapponesi è un’esperienza che ti tocca nel profondo: una delicatezza, un’eleganza nei modi che lascia senza parole.

C’è un motivo particolare che ti ha spinto a partire dall’estero? E’stato un caso, ma ora che ci penso è andata sempre così. Pensa che la mia prima tournée importante, nel 2004, si svolse in questo modo: Hong Kong, Shanghai, New York, Peschici e Cerisano. Ma questa è la globalizzazione, baby! Hong Kong e Peschici sono più vicine di quanto sembri. Globalizzazione e soprattutto decentramento culturale. Una volta le cose importanti e significative avvenivano solo nelle grandi città. Oggi è possibile creare, ideare, immaginare anche in un piccolo centro.

Veniamo ad Alien. È un disco chiaramente diverso da Evolution. Ci spieghi tu perché? Molto semplicemente rappresenta il ritorno al pianoforte solo, mentre Evolution è il mio lavoro con orchestra sinfonica. Ma ho trasferito sul pianoforte le stesse forme dilatate che avevo sperimentato con l’orchestra.

A cosa ti riferisci quando parli di “forme dilatate”? E quando dici – è scritto nella presentazione del disco – che Alien “è un disco sperimentale, dove la ricerca è tesa al raggiungimento di una purezza totale del suono”? La sfida è stata quella di prendere la più classica e complessa delle strutture musicali, la forma sonata, e farne un uso contemporaneo. La sonata è solo un’architettura, molto antica, che può inglobare elementi anche modernissimi, presi dal mondo che ci circonda. Alien è il risultato di questa mia ricerca, molti dei suoi brani sono appunto in forma sonata. Questo significa che sono molto più estesi di una canzone pop, perché contemplano l’esposizione di due temi principali, il loro sviluppo e la ripresa dei temi stessi. Realizzo così quella che per me è l’ideale di Musica Classica Contemporanea, che ho teorizzato in maniera pressoché inattaccabile nei miei libri (La musica in testa e In viaggio con la strega, entrambi con Rizzoli ed entrambi del 2008, nda). La purezza del suono invece è dovuta al lavoro maniacale di preparazione del pianoforte, di registrazione e della scelta dello studio. In alcuni momenti sembra che il suono non abbia più timbro, solo altezza e intensità.

Cosa aggiunge e cosa toglie il fatto di essere da solo, senza l’accompagnamento di un’orchestra? Suggestioni a parte, cambia la struttura del discorso musicale. Se ho a disposizione una varietà di timbri, come nell’orchestra, posso permettermi di ripetere una frase, passandola tra strumenti diversi, senza che cali l’attenzione dell’ascoltatore. Nel pianoforte solo questo non è possibile.

Anche Alien è nato nella tua mente prima ancora che al pianoforte? Che cosa ti ha ispirato? Ormai questo è il mio modo di comporre: tutto avviene solo nella mia mente, lontano dallo strumento, che raggiungo solo all’ultimo momento, quando tutto è pronto. Non c’è nulla in particolare che mi abbia ispirato: la musica viene a trovarmi senza alcun motivo, e io la lascio fare. Anzi, cerco di interferire il meno possibile.

Clicca qui per leggere l’intervista completa su Onstage Magazine di febbraio.

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