Interviste

Un nuovo capitolo del romanzo – Intervista ai My Chemical Romance

Nonostante siano poco più che trentenni, i My Chemical Romance hanno all’attivo quasi dieci anni di carriera e quattro album. Una lunga storia, di cui si conosce l’inizio ma non la conclusione. Un romanzo in divenire, a cui Gerard Way e soci hanno recentemente aggiunto un nuovo capitolo, Danger Days, nel quale i protagonisti mostrano nuove ambizioni e maggiore consapevolezza. Ce ne ha parlato Ray Toro, chitarrista della band americana.


Io ti ho portato i miei proiettili, tu mi hai dato il tuo amore. Tre urrà per la dolce vendetta. La parata nera. Giorni pericolosi. Ci sono mistero e poesia nei titoli dei quattro dischi che compongono la discografia dei My Chemical Romance. Ma se nei primi due si coglie una sensibile vena romantica, The Black Parade e Danger Days sembrano sacrificare una buona quantità di lirismo in favore di argomenti più concreti e in qualche modo sofferenti. Il segnale è chiaro: la band originaria delNew Jersey sta crescendo. Già con il terzo “drammatico” album – un concept apocalittico e maestoso, accompagnato da esibizioni teatrali che hanno fatto meritare ai MCR paragoni illustri (il David Bowie del periodo Ziggy Stardust e il Bob Geldof attore nel film dei Pink Floyd, The Wall) – Gerard&co. si sono levati di dosso l’etichetta di promettente gruppo “emo” – una delle definizioni più inconsistenti e abusate della storia del giornalismo musicale. Quattro anni dopo ritornano con un altro disco profondo e frutto di una gestazione faticosa. A ben vedere, dopo avere sfiorato la perfezione con The Black Parade, non sarebbe potuto essere altrimenti. Abbiamo parlato di Danger Days con il chitarrista Ray Toro, soprannominato “Torosaurus”.

Prima dell’uscita ufficiale di Danger Days, Gerard si è lasciato scappare una dichiarazione dai contorni surreali: «Il prossimo album sarà sicuramente rock. Perché la band sente la mancanza dello status di gruppo rock». Ci spieghi cosa intendeva? La verità è che c’è stato un momento in cui avevamo registrato diversi brani nuovi, ma non eravamo affatto contenti del risultato. Onestamente sono ancora dell’opinione che in quel periodo non avremmo dovuto rilascia- re interviste, perché eravamo molto confusi riguardo al futuro. Quando tu stesso non sai esattamente dove vuoi arrivare o dove arriverai, che senso ha provare a spiegarlo agli altri? È impossibile! Così credo che abbiamo fatto l’errore di dare troppa importanza alla stampa e a quello che dicevamo, cosa che ha circondato la band di un’energia negativa. Quella dichiarazione è figlia di uno stato d’ani- mo tipico di chi vuole fare solo una cosa, ma è in qualche modo obbligato ad eseguire anche un certo numero di compiti di contorno. Noi volevamo e vogliamo solo esse- re una rock band, punto.”

E che rock sia, dunque. Ma come ci spieghi le audaci influenze disco palesate in momenti come Planetary (Go!)? È stato un processo molto naturale: abbiamo cominciato a esplorare il mondo delle tastiere, dei beat programmati e della musica elettronica in generale. Anche se potrebbe non sem- brarti vero, perfino Sing è nata da un loop di batteria, che poi è stato risuonato ed è diventato il punto di partenza del pezzo. Noi non vogliamo stare fermi: il rock è anche un continuo viaggio. è giusto che l’ascoltatore non sia mai completamente sicuro di quello che succederà. E parlando di viaggi, credo che questa voglia di cimentar- ci con i suoni elettronici nasca anche dai nostri soggiorni nel Regno Unito e più in generale in Europa. Dalle vostre parti è pieno di club e c’è sempre questa musica che non dà tregua. Ti ritrovi a ballare fino a quando non ne hai più. Planetary è sicuramente figlia di queste serate, perché qualsiasi esperienza che vivi poi si riflette nel modo in cui scrivi e proponi la tua musica. Non ci vergogniamo neanche degli espliciti riferimenti agli anni 80 di The Kids From Yesterday. Sebbene si tenda a denigrare quella decade, bisogna ricordarsi che c’erano delle band come i Cure e i Joy Division che sapevano esattamente come portare l’elettronica nel rock senza abusarne.

Allora a questo punto non possia- mo non citare un brano come Sum- mertime, la più bella canzone che i Cure non hanno mai scritto. È sicuramente una delle mie canzoni preferite del disco. Uno degli aspetti meravigliosi della musica è che non sempre i processi avvengono in maniera razionale ed evidente: ci sono delle influenze che ti strisciano dentro, che entrano nel tuo sub- conscio. Io conosco i Cure, ma in maniera piuttosto som- maria: li posso riconoscere, so che musica fanno, carpisco l’energia che trasmettono. Le cose stanno così: mentre stai scrivendo un pezzo, ti viene in mente un suono di tastiera che si trova da qualche parte nel tuo cervello e che potreb- be essere perfetto per l’occasione. Allora aggiungi la par te, ma solo dopo ti rendi conto che l’ispirazione è partita da un determinato brano o da una sonorità tipica di una band storica. È la bellezza del mistero della musica.

Clicca qui per leggere l’intervista completa ai My Chemical Romance pubblicata sul numero di febbraio 2011 di Onstage.

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