Interviste

Onstage intervista Vasco, in equilibrio sopra la follia (part 1)

Dopo gli annunciati record di “Vivere o niente”, 300.000 copie vendute in sei settimane, Vasco è pronto a imbarcarsi per una nuova avventura live. E proprio mentre si stava preparando ai concerti di Live Kom 011, siamo andati a trovarlo a Pieve di Cento. Lì abbiamo incontrato un «gran professionista» sempre in bilico tra istinto e ragione. Ecco la prima parte della lunga intervista realizzata con il Blasco (la seconda sul numero di luglio).

Sono dieci anni che Vasco viene qui. Nella campagna a nord-ovest di Bologna, in questo enorme albergo che sembra una cattedrale nel deserto, tanto sorprende la sua prepotenza sull’architettura discreta della zona. E’ il posto che non t’aspetti, ma forse è proprio per questo che lui e la sua combriccola di musicisti, collaboratori e amici continuano a tornarci per preparare gli spettacoli dal vivo. «La prima volta che l’ho portato qui – mi confida divertito Floriano Fini, manager e amico d’infanzia del rocker – non era esattamente convinto che fosse il posto giusto. Aveva un muro davanti alla finestra della stanza e questa cosa non gli andava a genio». L’albergo non è particolarmente lussuoso a dispetto dell’imponenza con cui si presenta, ma è comodo da raggiungere per chi vive a Bologna e nascosto il giusto dall’assalto dei fan (tanti sanno esattamente dove si trovi e va bene così a tutti). «Poi lui è uno che si affeziona ai posti» aggiunge Fini. Insomma è il posto ideale per prepararsi a una nuova avventura live, un ritiro tranquillo in cui il Komandante può ricompattare le truppe e ritrovare quell’equilibrio tra passione e disciplina da cui ogni volta scocca la scintilla.

 

TESTA O STOMACO?

Attraversiamo una serie di corridoi prima di arrivare nell’area delle prove. L’accesso non è particolarmente blindato e il personale dell’hotel sembra abituato ad accogliere Sua Maestà e tutta la Corte al seguito – qualcuno tradisce una certa emozione facendosi fotografare con Tania Sachs, l’ufficio stampa di Vasco che è una celebrità per gli addetti ai lavori ma si penserebbe sconosciuta (errore) tra i fan. La band al gran completo – se no che prove sarebbero – sta eseguendo un pezzo strumentale dentro uno stanzone, mentre nello spazio antecedente Vasco attende di rientrare. E’ il giorno in cui per la prima volta si suona la scaletta per intero e arrivo nel momento che taglia in due lo show, con l’attore principale che si prenda una pausa assentandosi per qualche minuto dietro le quinte.

«Ecco Vasco Rossi in tutto il suo splendore» mi dice Tania indicandolo. In realtà, penso, ecco Vasco Rossi in tutta la sua tensione. Gli allungo la mano e lui ricambia gentile ma distratto. Aspetta seduto, sta cercando la concentrazione nonostante il tipico sguardo stralunato lo faccia sembrare uno capitato lì per caso. E’ immobile ma chiaramente impaziente, in bilico tra l’emotività e il rigore, lo stomaco e la testa. Silenzioso – non dice una parola per cinque minuti buoni – accanto a Guido Elmi, suo produttore artistico, che è invece il ritratto della tranquillità. L’atmosfera è seria, per il cazzeggio c’è tempo.

Poi Vasco cambia espressione. Sono solo le prove, ma quando fa il suo ingresso nello stanzone per riprendersi il microfono, ecco l’animale da palcoscenico, il trascinatore, il Messia del rock italiano di cui la gente è pazza. Poco importa che il pubblico stavolta sia composto da una decina di persone in tutto. La band attacca Alibi, un blues psichedelico del 1980 ripescato dopo tanto tempo, che apre la seconda parte dello show preparato per Live Kom 011.

 

IL CONCERTO CHE NON T’ASPETTI

«La scaletta dello spettacolo è stata costruita intorno a Vivere o niente. Tutte le volte che facciamo un tour dopo che è uscito un disco consideriamo un dovere artistico il fatto di suonare gran parte del nuovo album dal vivo. E’ una cosa importante da dire perché per noi è sempre stato così». Prima di concedersi al sottoscritto, Vasco si è preso un po’ di tempo per riposarsi. Quando ci sediamo sui divani della sala ristorante è estremamente rilassato e ha voglia di parlare dell’imminente tour. «Sarebbe troppo facile affidarsi alle cose vecchie e sicure. Invece vogliamo scommettere sulle nuove canzoni e soprattutto sorprendere il pubblico. La scaletta è molto strana, credo che nessuno se la immagini. L’ho scritto anche su Facebook: “Sarà un concerto che non vi aspettate”. Ci saranno naturalmente delle canzoni del repertorio ma non quelle che la gente pensa. Dopo tutti questi anni ci piace ancora stupire».

In effetti sorprende riascoltare dal vivo un brano come La fine del millennio (uscito solo come singolo nel dicembre 1999) e non trovare Sally tra i brani in scaletta. Per non parlare dell’apertura, con Sei pazza di me a occupare lo spazio che in molti avrebbero voluto per Lo show, forse il pezzo più adatto ad aprire un concerto tra le centinaia che Vasco ha inciso. «Quella canzone è perfetta per iniziare un live, ma l’abbiamo già usata (Rewind Tour, nda) e comunque è l’apertura giusta per uno spettacolo celebrativo, quando non c’è un disco fuori da poco. Non sarebbe artisticamente serio e noi siamo seri anche se sembriamo una banda di scalmanati. Cioè, siamo scalmanati ma siamo anche molto seri».

 

PROFESSIONISTI SCAPIGLIATI

Proprio la serietà è uno dei temi che più stanno a cuore al Blasco, troppo spesso oggetto di attenzioni più come personaggio che come musicista (ah, ‘sti media). Mentre lui e i suoi collaboratori sono prima di tutto dei professionisti, che si sobbarcano enormi quantità di lavoro per restare sempre al top. «Non mi sento presuntuoso se affermo che sono un gran professionista. Ci sono trent’anni di carriera a dimostrarlo. Non si può pensare che dietro una storia di questo tipo non ci siano serietà e impegno. All’inizio si comincia un po’ per gioco, per scherzo, poi però se non fai le cose bene il giochino finisce subito». E’ un brutto vizio sottovalutare l’importanza del professionismo. «Gli italiani pensano di poter fare tutto arrangiandosi. Invece ci vuole impegno per fare bene un mestiere. Guarda i tedeschi o gli americani: quando fanno una cosa danno il massimo. Non la fanno tanto per fare. Se uno guida un taxi lo fa meglio che può, idem se è un poliziotto». Che poi sbattersi mica è noioso. «No anzi, rende tutto più bello».

Passa da una battuta a un discorso serio senza darti il tempo di accorgertene. Non c’è preavviso. Vasco si muove sempre al limite, come un attaccante sul filo del fuorigioco. Un attimo è appena oltre la linea, l’attimo dopo è rientrato. Il difensore fatica a stargli dietro. «Solo perché siamo scapigliati la gente pensa che ci sconvolgiamo e basta, ma non è vero. Qui ci sono persone che lavorano tanto e che pensano con estrema lucidità. E che si sconvolgono anche, ma quando possono e hanno tempo di farlo». Mentre ridiamo penso che c’è una famosa leggenda che vuole Vasco strafatto durante i concerti. Come tutte le leggende, ha poco di vero e molto d’inventato. «Quando salgo sul palco sono lucidissimo. E’ dal 1989 che non bevo neanche un goccio di vino prima di un concerto. Voglio essere lucido perché lo spettacolo viene meglio e io mi diverto di più» E dopo la fine del concerto? «Beh, dopo no comment».

 

PRESENTE VS PASSATO

I brani del repertorio selezionati per la setlist di Live Kom 011 – Guido Elmi ha curato la scaletta con grande attenzione – sono stati scelti perché esaltassero quelli nuovi (ben nove, sui tredici complessivi di Vivere o niente). Addirittura sono state individuate le canzoni in grado di creare un ponte tra presente e passato, come se Vasco volesse dialogare con il se stesso di qualche anno fa. «Tanto per fare un esempio – racconta – abbiamo scelto di recuperare Portatemi Dio perché è il naturale presupposto di una canzone come Manifesto futurista della nuova umanità, che in qualche modo rappresenta la chiusura di un certo discorso». Nel 1983 il Blasco chiedeva d’incontrare Dio per parlargli di “una vita che ho vissuto e che non ho capito”. Quel brano, per quanto aggressivo nei confronti dei dogmi della religione, lasciava una porticina aperta. Oggi quella porta è definitivamente chiusa, “Ti prego perdonami se non ho più la fede in te” canta Vasco nel secondo singolo estratto da Vivere o niente con il solito, riuscito mix tra cinismo e ironia.

In scaletta ci sono altri brani che si guardano con occhi fraterni. Ad esempio Giocala e Prendi la strada: parlano entrambe di autodeterminazione, ma qui la posizione di Vasco non è cambiata, nonostante i ventinove anni che passano tra le due canzoni: dobbiamo correre lungo la strada che porta più lontano, magari verso la Luna, fottendocene di tutto e tutti perché ognuno di noi è padrone del proprio destino.

 

NON FA UNA PIEGA

Sembra che lo faccia apposta. Ma non c’è nulla di pianificato nei messaggi che Vasco lancia attraverso i testi delle sue canzoni. Anzi, non c’è proprio nulla di pianificato quando viene fuori un pezzo, se non il pezzo stesso. «Quando scrivo un brano parto dalla prima frase, dalla prima cosa che mi viene, ma non so mai a che punto arriverò. E’ un flusso di parole che mi vengono dall’inconscio. Penso a una sensazione, a una condizione, tengo fissa nella mente un’immagine che voglio descrivere ma non ci ragiono più di tanto. Ogni tanto tiro fuori delle sciocchezze, le cancello e vado avanti». E’ capitato anche per le canzoni di Vivere o niente, che a livello lirico non ha nulla da invidiare alle migliori produzioni di Vasco. «Dopo tutto questo tempo è un miracolo. Non mi aspettavo ci fosse ancora tanta creatività».

E’ un miracolo pure che queste nuove canzoni s’intreccino con tanta facilità alle vecchie. «I miei brani hanno sempre lo stesso stile, vengono fuori dallo stomaco. E’ per questo che stanno bene insieme a prescindere da quando le ho scritte». Mi chiedo (gli chiedo) se in tutti questi anni è mai capitato che un brano inizialmente pensato per la scaletta si rivelasse poi inadeguato. «Solitamente quando decido di ascoltare le canzoni vecchie ho un attimo di esitazione, penso “chissà che sensazioni mi darà”. Ma rimango sempre stupito perchè mi piacciono tutte tantissimo. Devo dire che Vasco Rossi artisticamente non fa una piega, i problemi di Vasco Rossi sono altri».

 

Il problema di Vasco è restare in equilibrio. Tutta la sua carriera, la sua stessa vita, è un dialogo tra opposti che si attraggono, e lo tirano per la giacca. Fragilità e consapevolezza, illusione e disillusione, ragione e istinto. E’ difficile ma fondamentale fare in modo che tutto si risolva senza troppa tensione, perché «è molto importante che non s’interrompa quel flusso di emozione che solitamente nella cose di Vasco Rossi non manca mai».

Come un funambolo, il Blasco continua a camminare in bilico allungando i passi sulla fune. Sbilanciandosi da una parte cadrebbe, annientandosi, e dall’altra pure. E’ un mestiere pericoloso ma lui sta bene lì sopra, con la gente che lo guarda con il naso all’insù e il fiato sospeso, partecipe come se nei suoi passi vedesse i propri. Solo su quella corda, sospeso nel vuoto, Vasco trova il compromesso di cui ha bisogno. Passione e disciplina in perfetto pareggio. Passione per affrontare un mestiere che è una sfida contro se stessi prima di tutto, disciplina per andare avanti senza cadere. Non è facile, ma è lassù che Vasco resta in equilibrio sopra la follia.

 

L’intervista continua sul numero di luglio.

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