Interviste

Vasco, il Live Kom 014 sbarca a San Siro: «Sento la gente nelle vene»

Vasco LiveKom014

Siamo nell’estate di Live Kom 014. Tra Roma e Milano, all’Olimpico e San Siro, si ripete l’incontro tra Vasco e le centinaia di migliaia di suoi fan che si sono accaparrate un biglietto per i concerti. Andranno tutti, ancora una volta, a salutare «un fratello, un amico, un complice», prima ancora che un grande artista. La stessa sensazione che abbiamo avuto noi nel fargli le domande di questa intervista. (Tratto da Onstage Magazine, numero di luglio) – Foto di Roberto Panucci

Il Blasco è ai blocchi di partenza dell’ennesimo tour che si preannuncia, al solito, trionfale: sette date dal vivo, proprio come l’anno scorso, nei due templi che a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo lo consacrarono unica vera rockstar italiana. I numeri per Vasco Rossi non sono mai stati semplici simboli privi di significato, tanto che ormai è chiaro che quella cifra ricorrente, il sette, non possa essere un semplice caso. «C’entra tutto e nulla è casuale» mi confessa. «Sette sono i peccati capitali, sette sono le meraviglie del mondo e io sono nato il sette febbraio! Potevamo scegliere un’altra cifra per gli eventi unici di quest’anno? Mi sembra che tutto torni…o no?». In effetti, proprio come sosteneva Friedrich Nietzsche, tutto torna: dalle grandi fasi della storia alle cose di tutti i giorni, come è – per un artista – preparare una scaletta che non può certo essere la medesima di un anno fa, ma che va calibrata anche in base ai desideri del pubblico: «Una volta ho provato a non suonare Albachiara. Il problema era che la gente non se ne andava più a casa e abbiamo dovuto suonarla comunque. Da allora è diventata la canzone finale di ogni concerto».

Forse per scaramanzia, Vasco ha sempre tenuto moltissimo alla riservatezza nei confronti delle proprie scalette, tanto che anche nei soundcheck organizzati per il fan club alla vigilia dei tour è sempre stato molto attento a non sbottonarsi più di tanto. Come era logico aspettarsi, però, all’appuntamento dal vivo del 2014 non poteva mancare quella Dannate nuvole composta e pubblicata di getto con in mente forse l’amico Fabrizio De Andrè: «Fabrizio è e resterà per sempre nel mio cuore, come amico e come grande maestro. Quando telefonò dicendo che mi voleva incontrare, non ci volevo assolutamente credere. Erano i primi anni Ottanta, tutti mi evitavano come la peste e per me lui era una vera leggenda».

L’IMMAGINAZIONE AL POTERE
Una delle costanti del Rossi cantautore è che anche elementi apparentemente innocui come le nuvole si ammantano di un significato diverso da quello del senso comune, quasi come se il cielo non fosse il limite. «È l’uomo che ha dei limiti – continua il Komandante – e ognuno di noi deve conoscere i propri. “Conosci i tuoi limiti” è proprio quello che i filosofi greci intendevano dicendo “conosci te stesso”». In musica, come in tutte le arti, l’immaginazione è il perno intorno cui tutto ruota e non è un caso che uno dei fili conduttori della carriera del rocker emiliano sia proprio l’innata capacità di raccontare brani per immagini, siano esse nuvole, il risveglio dopo una sbronza o un brano come Toffee, forse la prima canzone per immagini non raccontate della musica italiana: «Direi proprio di sì, è sempre stata una mia costante. Ma ai tempi di Toffee l’idea era quella di scrivere una canzone impressionista. Poche immagini, alcuni flash per raccontare una storia».
Che lo si voglia ammettere o no, col suo modo di comunicare Vasco ha segnato il punto ideale di passaggio tra cantautorato e rock, cosa assolutamente inconcepibile in Italia prima del suo arrivo, tanto che ancora oggi ascoltare musica italiana indipendente significa avere a che fare con un mix tra la sua poetica, quella di Rino Gaetano e, chiaramente, di Fabrizio De Andrè. «Ho cercato di raccogliere l’eredità dei cantautori e inserirla in un discorso rock fatto di slogan, sintesi e provocazione. Aggiungendo poi l’aspetto spettacolare e quello musicale, che i cantautori avevano sempre un po’ trascurato, è nato il mio stile e la rockstar». Una rockstar che, nonostante i proclami di qualche anno fa, non ha alcuna intenzione di mollare il colpo o di lasciare il proprio scettro a qualche giovane rampante. E pensare invece che quel “niente dura” pronunciato quasi come un mantra sempre in Dannate nuvole potrebbe essere assurto a frase simbolo della sua carriera: «Niente dura è la mia personale trasposizione del tutto scorre di Eraclito. Niente di nuovo sotto il sole. Ma la canzone parla anche della grande capacità, volontà e coraggio degli uomini di continuare a costruire le proprie vite sulle sabbie mobili del tempo. “Chissà perché?” è invece la domanda delle domande».

L’INTERA STORIA DEL ROCK
Oltre al fatto di saperlo ancora in giro per l’Italia, rincuora sentirlo parlare ancora di album – uscirà in autunno – anche se non era male nemmeno godersi la pubblicazione di un nuovo brano: «Non credo comunque che quella fase sia conclusa. È bello svegliarsi al mattino con una nuova canzone, ma è bello anche ogni tanto poter ascoltare un album per intero». Se qualcuno si chiedesse ancora se Vasco sia o meno la più grande rockstar italiana, farebbe bene a pensare che per il nostro Paese egli è riuscito a incarnare l’intera storia del rock e le sue rivoluzioni: è stato Elvis, i Beatles e soprattutto gli Stones. Johnny Rotten, gli Who e persino la Generazione X convivono nei suoi testi e nella sua storia di vita.
Il suo modo di svegliare le coscienze, di provocare, di aprire delle porte lo accomuna poi ad un altro grande del rock: Jim Morrison. Quella voglia di fare sensazione, così come la consapevolezza che tutto debba comunque finire e l’utilizzo della poesia: troppe le cose in comune tra i due personaggi. «Be’, questa me la incornicio. Sono davvero lusingato per l’accostamento con Morrison ma lui era molto più bello e io sono ancora qua». Eh già, anche se ancora oggi, benché superficialmente accettato, Vasco resta una figura di rottura totale, compresa davvero solo dal suo pubblico.
Il suo essere sempre se stesso gli ha infatti dato moltissimo in termini di amore della gente, ma l’ha anche spesso esposto a critiche e a (pre)giudizi di stampo borghese. «Non c’è neanche una cosa che col senno di poi non rifarei più. Essere sempre se stessi è naturale quando si intende veramente comunicare qualcosa di sé e non solamente compiacere qualcuno».

UN GRAN BISOGNO DI FRAGILITA’
Certo è che il suo modo di essere, col tempo, l’ha portato a trasformarsi per la gente in quel complice di cui egli stesso parlava in Vivere non è facile, pezzo di apertura dell’intenso Vivere o niente: un uomo che tuttavia nemmeno conoscono di persona. «Conoscono però le mie canzoni. È solo questo quello che conta. Le milioni di menti che mi trovo davanti non sono nelle mie mani, ma nelle mie vene quando canto dal vivo o nelle loro solitudini quando ascoltano le mie canzoni. Io mi sento in dovere di mantenere sveglie le coscienze con la provocazione artistica e ho il potere di portare un po’ di gioia e magari cambiare l’umore di una giornata. A volte dopo un concerto con settantamila persone l’adrenalina è così tanta che fatico a spegnermi fino a mattina. Ma poi dormo e ogni volta che mi sveglio ci pensa la realtà a farmi tornare coi piedi per terra».
Eppure le sue parole svelano anche una personalità divisa perfettamente tra dionisiaco e apollineo, di un uomo capace di assumere su di sé il senso profondo del nichilismo nietzschiano e superarlo, rendendosi autore e creatore di nuovi valori. Valori che non sono certo quelli del pensiero comune, come la ricerca ossessiva della felicità. «Mi ci riconosco perfettamente! La società in realtà ha un grande bisogno della fragilità, le servono consumatori eternamente insoddisfatti ed è più semplice avere potere sulla gente affetta da tristezza». E quando poi lo senti parlare in continuazione di inconscio, lui con grande candore e forse prendendosi anche un po’ gioco di te, ti confessa che avrebbe sempre voluto fare lo psicanalista.

Diavolo di un Vasco, quando lo senti parlare e lo vedi muoversi su un palco, dopo anni la sensazione è sempre quella che a livello interiore sia morto e rinato innumerevoli volte e, come lui stesso conferma, in questo sta forse proprio uno dei segreti della sua longevità artistica. Ascoltare brani come Siamo solo noi, Vita spericolata, ma anche Jenny è pazza o la più recente I soliti, ancora oggi aiuta a capire l’uomo Vasco e le sue paure molto più delle numerose biografie di cui il mercato è saturo. E quando gli chiedi quali siano le prime cose a venirgli in mente pensando a Massimo Riva a quindici anni dalla scomparsa, con quegli occhi azzurri di un’intensità rara, il Blasco torna il ragazzo di Zocca che se lo portò via con sé appena quindicenne: «Un fratello, un amico, un complice». Esattamente quello che lui rappresenta per i suoi fan da più di trent’anni.

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