Interviste

Vasco Rossi: l'intervista esclusiva di Onstage Magazine

Vasco si appoggia rilassato sul divano che ci ospita mentre chiacchieriamo. Scarpe da ginnastica e pantaloni della tuta, camicia scura aperta sopra una t-shirt nera. Effetti personali dentro una borsetta. Non esattamente il look di una rockstar, ma i clichè non sono mai stati un riferimento per il Blasco. Del resto siamo nella campagna bolognese, a pochi chilometri da casa sua, i quartieri chic di Londra o New York sono più lontani di quanto sembri. Beve un po’ d’acqua mentre al sottoscritto offrono un bicchiere di vino bianco ghiacciato. L’immagine dell’incontro con Vasco mi resta impressa come l’istantanea di un ritrovo famigliare, quando sentirsi a proprio agio è normale al punto da non farci caso. E infatti mi accorgo solo dopo, sulla via del rientro verso Milano, di quanto sia stato (inaspettatamente) semplice sedermi al cospetto del mito per un’ora buona. Merito suo, non certo mio.

Vasco Rossi è soprattutto questo. Un uomo perennemente in fuga da convenzioni e pregiudizi, come le immagini del booklet di Vivere o niente raccontano chiaramente. Per non farsi acchiappare ci vuole istinto unito a una buona dose di saggezza e autocontrollo, specialmente quando i nemici sono così agguerriti. In tre parole, ci vuole equilibrio.

ISTINTO PURO

«Quando scrivo una canzone, lo faccio per me, anzi per lei, perché esista una bella cosa. A quel punto la reazione che avrà la gente è importante, spero che la mia emozione arrivi al cuore, ma non è più una cosa mia, e non è neanche una cosa tua. Viaggia da sola». Una delle critiche che i detrattori amano sparare addosso a Vasco riguarda il suo presunto cinismo nel confezionare hit a scapito della vocazione artistica. Cioè, scriverebbe canzoni per piacere a qualcuno, non per cercare il bello in quanto tale. Addirittura Morgan (“… ma si Morgan degli U2…”) ha recentemente dichiarato che la morte artistica è giunta per il Blasco a 27 anni. Come dire, da allora solo business. All’epoca dell’intervista, Vasco non poteva neanche immaginare la polemica che sarebbe nata con l’ex Bluvertigo – che peraltro ai tempi delle sue uscite sulla dipendenza da cocaina aveva trovato proprio nel rocker di Zocca un deciso difensore – eppure nelle parole che ho ascoltato quella sera c’era già la risposta al futuro affondo di Morgan. «Non mi sono mai preoccupato di scrivere una canzone perché potesse piacere a qualcuno, lo faccio per raccontare una sensazione che ho in testa. E ogni volta che arrivo alla fine sono io il primo ad essere colpito. Scrivere una canzone è come un miracolo».

Alla corte di Vasco Rossi, i miracoli sono frequenti. «Ti racconto una cosa. Stavo scrivendo il testo di Vivere non è facile e non riuscivo a buttare giù la seconda parte. Non me ne preoccupavo granchè, anche se forse avrei dovuto farlo, essendo uno dei pezzi più importanti del disco. Poi un bel giorno ho cominciato a mettere insieme questa benedetta seconda parte, quella in cui parlo del complice. Stavo arrivando al finale della canzone senza sapere che cosa avrei detto ma pensando che comunque avrei concluso con il concetto dei debiti fatti con me stesso. E li è venuta fuori la frase “non mi so difendere da me”. Erano 40 anni che volevo dire questa cosa e non ci ero mai riuscito. E’ arrivata così, come se fosse niente, e sono rimasto di sasso. Per me la creatività è istinto puro, qualcosa che lascio venire fuori dall’inconscio. Figurati se posso pensare di scrivere una canzone per scatenare un certo tipo di reazione nella gente».

LIBERI DI VOLARE

Se volete trovare Vasco cercatelo dentro le sue canzoni. E’ lì che si nasconde, dove sono annidati i suoi pensieri, dove le paure convivono con le gioie e la nostalgia trova la compagnia del godimento. Le canzoni sono Vasco eppure lui permette che diventino qualunque altra cosa, offrendole come fossero fogli bianchi incustoditi di fianco a una scatola di pennarelli. «Una volta che un brano è fuori ha il significato che ogni persona vuole dargli con la propria immaginazione. Io lascio molti spazi tra le frasi, non racconto tutto, salto dei passaggi. E quei vuoti vengono riempiti proprio dall’immaginazione della gente, che è potentissima. Quindi i miei pezzi assumono significati che io neanche mi sarei sognato».

Nonostante questa democratizzazione delle canzoni, Vasco mette in musica tutto quello che è dentro il suo mondo nel momento in cui scrive. E’ sempre stato così e vale anche per Vivere o niente. Un album che già dal titolo rivela una nuova coscienza rispetto ai temi su cui si è sempre concentrato. «C’è molta consapevolezza nel disco, anche troppa. Ne avrei voluta un po’ meno ma è arrivata questa valanga di cui sono esterefatto anche io. Sono stato sommerso da una valanga di consapevolezza! Il buon senso però non ce l’ho ancora, quello me lo danno Tania e Fini (la Sachs, ufficio stampa, e Floriano Fini, manager, nda)».

Ride, ma non scherza. Stavolta Vasco è davvero giunto a delle conclusioni. Penso a tanti brani del nuovo disco, tra cui quella Vivere non è facile in cui passa il messaggio “insomma ragazzi, dopo tanto tempo ho capito che non è facile vivere”. Una gran bella consolazione. «In effetti è come se certi temi avessero trovato un approdo. Sono arrivato a chiarire delle questioni e la consapevolezza quando arriva arriva, non puoi farci niente. Penso a una canzone come Liberi… Liberi. Continuavo a chiedermi “siamo liberi da che cosa?”. Adesso ho capito. Siamo liberi di volare se cadono le inibizioni. Lo dico in una canzone del nuovo album. Ma non intendo Vivere o niente, intendo proprio uno nuovo che deve essere ancora pubblicato. La sentirai tra un po’».

IL PROFILO DI VASCO

Negli ultimi tempi Vasco è stato protagonista in rete. La sua pagina Facebook ha toccato quota 2.200.000 fan (!) e il conteggio salirà ancora. Uno strumento che gli ha concesso di comunicare direttamente con la gente senza le canzoni, un canale tra lui e i suoi fan su cui non si abbatte la scure dell’intermediazione. «Ce l’avessi avuto negli anni Ottanta, avrei sentito molte meno stupidaggini sul mio conto! Anche io adesso posso dire la mia. Finalmente, aggiungerei». Scherzi a parte, il Blasco è attivissimo sulla sua pagina, che segue in prima persona, caso forse più unico che raro a certi livelli. Posta video che lui stesso ha girato, commenti a questioni che lo riguardano (vedi la sopraccitata querelle con Morgan) e anche a fatti che ci coinvolgono tutti. «Facebook mi piace, lo trovo uno strumento molto utile per comunicare. E’ chiaro che per certe persone è un modo per nascondersi ma per altre può essere una via per aprirsi e tirare fuori se stessi. Come al solito dipende dall’uso che si fa delle cose. E’ da un po’ che sono molto attivo, poi magari mi stufo e sparisco, non mi faccio vivo per mesi. Io sono fatto così»

Potrebbe anche scomparire davvero, ma è certo che Facebook ha cambiato il modo di comunicare di Vasco, come del resto del mondo intero. Gli ha consentito di accorciare le distanze che lo separano dalle persone comuni, dai suoi fan in primis. «Noto che alla gente piace sentire il personaggio un po’ più vicino, mentre prima mi vedevano sulla luna. Sono contento che possano sapere come sono davvero, non ho bisogno di essere per forza qualcosa d’irraggiungibile. Anche se è importante che il sogno resti». La rete è uno strumento che consente a Vasco di stare in equilibrio tra persona comune e star. Volete vedere come sono fatto? Eccomi qui, ma non troppo. «Qualcosa di nascosto deve restare. Che poi raccontando la verità io racconto una bugia come un’altra. Cosa vedono da fuori? Quello che voglio che vedano. Potrei fingere, potrei essere completamente diverso in realtà».

Ride il Blasco ricordando che allo Iulm di Milano gli hanno consegnato una laurea ad honorem in telecomunicazioni. «Tra un po’ mi stancherò di passare tutto questo tempo davanti ad un computer, ma per il momento va bene così. Anche perché sai, io ho un sacco di tempo libero, in cui non so che cazzo fare. E quindi il computer m’inchioda. Ma prima di stufarmi credo che comincerò  a fare dei discorsi anche più impegnativi, parlare di cose che mi stanno a cuore. Ci vado ancora un po’ calmo, ma prima o poi lo faccio».

NON MI SCHIERO

Recentemente Vasco ha usato proprio la sua pagina Facebook per affrontare una questione piuttosto calda. Ogni volta che il paese entra in zona-elezioni, da più parti gli chiedono di schierarsi. Lui non ci sta, pur avendo dichiarato la sua fedeltà al Partito radicale (a cui è iscritto da molto tempo). «Qui in Italia c’è ormai da anni una guerra civile strisciante, per cui se non ti schieri dai fastidio a tutti. Io li capisco anche perché se tu parteggi ti può scocciare che qualcuno non lo faccia. Però non è giusto che io metta la mia credibilità al servizio di qualcosa o qualcuno. Chiedere a Vasco Rossi di schierarsi politicamente è assurdo. Prima di tutto perché io sono un artista, non c’entro nulla con la politica».

Nella storia della musica italiana ci sono numerosi esempi di partigianeria politica, più o meno militante. Legittimo, rientra nella sfera dei diritti di un artista. Ma non in quella dei doveri. «Rispetto i musicisti cosiddetti impegnati. Ma per come la vedo io la musica è una questione artistica, non c’entra niente con la politica. La politica è l’arte di amministrare il potere. E’ un’altra storia, un altro mestiere. Il potere, come diceva Spinoza, è il piacere che la gente sia affetta da tristezza. Noi siamo qui invece per portare un po’ di gioia e quindi non dobbiamo proprio essere politici». Certo non si può dire che Vasco non abbia mai affrontato temi che appartengono al sociale, come all’etica o alla religione. «Nelle canzoni metto dentro dei pensieri e delle riflessioni. Può essere che abbiano attinenza con argomenti politici. Ma la politica è una cosa seria che si fa nei luoghi e nei modi della politica. Le chiacchiere da bar non servono a niente, si fa politica partecipando sul serio. Schierarsi e basta è una giustificazione, perché nessuno fa un cazzo in realtà. Così è troppo comodo».

Diverso è stato l’approccio nel caso dei recenti referendum. In quel caso Vasco ha parlato, esprimendo la sua posizione soprattutto in merito alla gestione dell’acqua. Così come durante i primi concerti del Live Kom 011 ha affrontato il tema della libertà, rivolgendosi soprattutto ai suoi fan più giovani. «Ricordatevi che la libertà deve essere difesa giorno dopo giorno. Non è una cosa acquisita per sempre. Settant’anni fa molta gente in questo paese è morta per la libertà. Ve lo siete dimenticato?».

Ogni volta che il Blasco ha preso posizione su argomenti di interesse comune è perché ha sentito l’esigenza di farlo. Un’urgenza basata su temi realii. Schierarsi per un partito è un’altra cosa, nonostante in Italia da un po’ di tempo sembra che per i cittadini non sia rimasto altro compito che tifare per l’una o l’altra parte. «Mi viene in mente mio nonno. Quando gli chiedevo per chi votare lui mi rispondeva “il voto è segreto”. Aveva ragione! Se lo dici, quello che non la pensa come te ti può fare il culo. Il voto è segreto mica per andare a dirlo in giro a tutti».

Un dialogo tra opposti. Tutto il mondo di Vasco si regge sul perfetto bilanciamento di elementi che per natura tenderebbero a prevalere l’uno sull’altro. Istinto e ragione sono i piatti della bilancia su cui poggiano pesi equamente distribuiti, la creatività da una parte e il professionismo dall’altra, trasparenza di qua e riservatezza di là, e così via. E’ un equilibrio stabile, ma non per questo inviolabile. Ci vuole una certa fantasia per trovare le contromisure in grado di salvaguardarlo. Ci vuole abilità per riuscire a camminare sulla fune, così resistente eppure così sottile. Ogni funambolo fugge da qualcosa cercando riparo più in alto possibile. Sotto la corda su cui cammina Vasco c’è la follia di una vita straordinaria eppure difficilissima.

 

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