Interviste

I Verdena presentano Endkadenz vol. 1: «Il primo di due gemelli separati alla nascita»

Verdena 2015

I Verdena tornano con un nuovo bellissimo album, Endkadenz vol. 1, che sarà seguito da una seconda parte entro pochi mesi. Ma nel frattempo c’è un tour nel quale riportare fedelmente tutte le distorsioni del disco.

Prima cosa: l’attesa è finita. Ed è ben ripagata. Endkadenz vol. 1, in uscita il 27 gennaio, vale tutto il tempo che i Verdena hanno impiegato a scriverlo, registrarlo e pubblicarlo. Ancor più se si pensa che sarà presto (si parla di maggio o giugno) seguito dal vol. 2. Che poi, come dicono i tre componenti della band bergamasca, «abbiamo sempre lavorato al disco come se fosse unitario: la scelta di farne due è arrivata all’ultimo giorno, quindi il secondo volume è già pronto e non abbiamo nulla da finire». I tanti estimatori del gruppo possono dunque stare tranquilli: il 2015 sarà un anno all’insegna dei Verdena.

E per dare un’idea dell’attesa che loro stessi provano per il secondo capitolo basta pensare alla metafora che hanno usato durante la presentazione della prima parte. «È come se una donna partorisse due gemelli e gliene lasciassero dentro uno». Ok, sono gli stessi Verdena che avevamo lasciato nel 2011 con Wow, un album che li aveva definitivamente consacrati come più importante giovane band rock italiana e che avrebbe potuto mettergli addosso la pressione di dover a tutti i costi salvare il movimento rock in Italia. E invece no, non loro. Parole come “consacrare”, “pressione” o “salvare” in realtà non c’entrano nulla con i Verdena, la cui forza è proprio cambiare continuando però a essere se stessi.

«Noi non pensiamo a scrivere un disco, quando entriamo in sala prove l’unico obiettivo è sempre uscirne con qualcosa di nuovo rispetto al passato», raccontano. «Facciamo jam e registriamo tutto e poi quando pensiamo di avere abbastanza materiale ci lavoriamo sopra, dai sette minuti di jam dobbiamo arrivare magari a tre-quattro: per Endkadenz vol. 1 questa prima fase è durata un anno». E a proposito del titolo dell’album, spiegano che trae ispirazione da un «compositore argentino che lavorava in Germania, Mauricio Kagel, che univa la sua musica a performance visive e sul finale del concerto chiedeva al timpanista, dopo l’ultimo colpo, di rompere la pelle del timpano e infilarcisi dentro con tutto il busto per qualche decina di secondi. Ci piaceva questa idea dell’ultimo colpo, l’Endkadenz».

Le novità di quest’album in fase compositiva sono soprattutto due. La prima è aver sostituito il piano elettrico con un pianoforte a muro (sentite l’attacco della bellissima Contro la ragione), una scelta in parte obbligata e dovuta all’attesa di dover risolvere un problema tecnico in studio, in parte influenzata anche a una nuova “scoperta” di Alberto (il cantante e chitarrista, ndr): «Ho ascoltato molto i Queen: prima li avevo sempre snobbati, probabilmente per un mio rifiuto nei confronti degli anni Ottanta».

La seconda novità è invece l’utilizzo di un pedalino per la distorsione che regalato ad Alberto da un amico e che ha conquistato la band. Non a caso una sorta di distorsione «armonica» tramite fuzz è ancora più evidente in Endkadenz rispetto al passato e coinvolge le sonorità di tutti gli strumenti. «Abbiamo deciso di registrare già con le distorsioni per avere un suono più diretto», dicono i Verdena. «È un disco molto diretto e questo approccio lo manterremo anche dal vivo nel prossimo tour, dove le distorsioni saranno mantenute come nell’album e non passeranno dal mixer».

Non c’è dubbio che si tratti di un album rock. «È quello con cui siamo cresciuti ed è la nostra attitudine», conferma Roberta (la bassista, ndr). Anche se non disdegnano il pop. «Ci piacciono molto soprattutto certe melodie, ma il fatto è che ci piace molto anche cambiare situazioni all’interno dello stesso pezzo e questo è un po’ in contrasto con il pop». Un po’ esageri è un buon esempio della loro concezione di “singolo”. «Non scriviamo quasi mai singoli intesi come strofa-ritornello». Anche se, dice Luca (il batterista, ndr), «mio fratello Alberto per me è sempre stato un “canzonaro”».

E, a proposito di musica popolare, tocca loro rispondere anche su Sanremo. Alla domanda «vi ha chiamato Carlo Conti?», la risposta è sincera quanto geniale: «Chi è Carlo Conti?». Ok, non è il caso di andare oltre. «Quando c’era Mauro Pagani (l’anno scorso con Fabio Fazio, ndr) hanno insistito molto per portarci», risponde Roberta. «Ma in quel momento non volevamo interrompere in lavoro in studio e, in ogni caso, non avevamo ancora due brani in italiano». Esatto, perché in fase compositiva Alberto scrive inizialmente in inglese e il lavoro successivo è «cercare non solo di tradurre, ma di mantenere anche la stessa sonorità delle sillabe».

Ecco perché in Puzzle citano Nevruz (quello di X Factor). «Mi serviva una parola che finisse con la sillaba –uz ed è l’unica che ho trovato», dice Alberto. La disponibilità dei tre ragazzi nel rispondere è lodevole, un po’ come la loro capacità di essere ermetici e caustici nelle risposte stesse. E così, anche quando ci scappa la classica domanda sull’attualità, loro riescono a ricondurla al loro mondo. «Chi è il vostro Presidente della Repubblica ideale?», chiede un collega. «Syd Barrett», rispondono senza pensarci su molto.

Geniali. E genuinamente rock.

@AlviseLosi

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