Interviste

Virginiana Miller sul nuovo disco: «Facciamo musica pop, una parola nobile»

Virginiana Miller Venga il regno

In occasione dell’uscita del sesto album Venga il regno, abbiamo parlato con i Virginiana Miller del cambiamento che rappresenta questo nuovo disco. Ecco l’intervista. (Foto di Franco Catalucci)

Attivi dal ’97 e con 5 dischi alle spalle, i Virginiana Miller giungono a Venga il regno, album che si distingue per essere più diretto e immediato dei suoi predecessori. Nel disco è incluso il brano Tutti i santi giorni colonna sonora dell’omonimo film di Virzì tratto dal libro La generazione del cantante Simone Lenzi, che ha collaborato anche alla sceneggiatura. Il brano, che è valso alla band il David di Donatello 2013 come “miglior canzone originale”, rappresenta bene la volontà della band di mettersi in gioco nuovamente, mantenendo però i loro tratti distintivi e la cura di sempre nel songwriting. Abbiamo parlato con loro di questa svolta, del rapporto con il cinema per capire chi sono i Virginiana Miller nel 2013.

Tutto il disco Venga il regno è un invito all’azione, non tanto per fare qualcosa quanto perché l’attesa non paga. In cosa i Virginiana sono passati all’azione? Forse nel puntare dritto a quel che avevamo da dire senza nasconderci dietro complicazioni artefatte. Ci siamo spesso nascosti in questi anni, ora abbiamo smesso di nasconderci.

Avete dichiarato che è un disco sull’apocalisse, che c’è già stata. Il peggio è quindi passato? O il “Regno dei Cani” che invocate è solo un altro gradino verso il basso? E’ un dato anagrafico, non ho virtù profetiche. A 45 anni se sei ancora vivo significa che hai fatto compromessi con la vita, che ci hai trovato qualcosa di buono, nonostante tu non abbia più tutte le possibilità che avevi a venti. L’apocalisse per me c’è già stata, nel senso che ora devo fare i conti con quel che è rimasto. Non è affatto un male, meglio così anzi. Io, per me, dal recinto dei cani sono uscito, ma posso cantarlo perché ci sono stato dentro abbastanza.

Venga il regno testimonia una maggiore immediatezza, nei testi in particolare, che sembra indicare la voglia di rendersi più accessibili senza snaturarsi. Temete che possa essere frainteso? Frainteso da chi? Da quelli del famoso detto “c’è sempre un puro più puro che ti epura”..? Ma quelli sono ragazzini invecchiati. C’è tutto un marketing del maledettismo, degli artistoni sofferenti, degli indipendentissimi. Ragazzini, ripeto. Noi facciamo musica pop, pop è una parola nobile. Io vengo dal popolo, non da una nicchia di dandy fuori tempo massimo.

Nelle immagini promozionali vi lanciate alla carica con logore divise e anche qualche ferita, un braccio al collo. Vi reputate dei sopravvissuti, o piuttosto dei veterani? Direi dei sopravvissuti. Ci siamo divertiti a fare quella foto: siamo i primi a prenderci in giro. Veterani non credo: se continui a fare musica con onestà intellettuale in questo paese vuol dire che ti è rimasta un po’ di ingenuità della gioventù.

Dalla cover di E la pioggia che va del 2009, fino al David di Donatello per Tutti i santi giorni, e aggiungendo l’esperienza di Simone come sceneggiatore e i corti abbinati alle canzoni del disco possiamo dire che il vostro rapporto con il cinema vada facendosi sempre più stretto. Cosa vi stimola del grande schermo? Come credete che si possa evolvere questo rapporto? Credo sia un’espressione compiuta dell’esperienza estetica contemporanea, quella di coinvolgere il lavoro di tante persone. Non siamo poeti con la penna d’oca al lume di candela. Fare un disco coinvolge la competenza di tante persone diverse, suonare in un gruppo significa lavorare a un progetto collettivo. In questo senso il cinema è una realizzazione ancora più compiuta di questo lavorare insieme, di questo mischiare le cose, i mezzi e le persone. Se ci proponessero la colonna sonora di un film che ci piace, penso che accetteremmo con entusiasmo.

Ascoltando L’eternità di Roma ho trovato alcune analogie, anche solo simboliche, con l’ultimo film di Sorrentino La grande bellezza: me lo sono sognato o c’è veramente un collegamento? Credo che quella visione di Roma fosse nell’aria. Abbiamo saputo del film di Sorrentino proprio mentre stavamo finendo di registrare il pezzo. Gliel’abbiamo pure mandata, anche se era davvero fuori tempo massimo. Chissà se l’ha mai ascoltata. Roma negli ultimi anni è molto imbruttita, incupita. È diventata una città disperante. Giri per strade infestate di onore di qui e onore di là, di camerata questo e quello, di croci uncinate. Si respira un’aria di cupezza, di fine impero. Speriamo cambi qualcosa: da Roma non si prescinde. Come italiano ho bisogno di riconoscermi in quella città.

Milano, invece, è velatamente sullo sfondo di un altro brano, Chic, con protagonista una ragazza che credeva «bastasse una laurea in Cattolica e l’innato savoir faire». Il ritratto la dipinge ingenua/immatura e un po’ superficiale, rappresenta tutta una generazione? Quella della ragazza di Chic è in realtà una figura umana per cui provo molto simpatia. Madame Chic c’est moi. Anch’io pensavo che fosse tutto un po’ più puro e semplice.

Quando si parla di artisti sottovalutati in Italia, il vostro è uno dei nomi che ricorre più spesso. Come lo vivete? L’etichetta di “eterni sottovalutati” vi da fastidio o la condividete? Non siamo sottovalutati. Siamo valutati il giusto da quelli a cui teniamo. Abbiamo fatto un disco che non esclude nessuno a priori, fuori da ogni nicchia. Chi vuol venire è benvenuto, chi non vuole, pazienza.

In Lettera Di San Paolo Agli Operai cantate: «Credo in Dio e credo in voi, credo nel Partito Comunista e nei Pink Floyd». In cosa credono in Virginiana? Io non so se credo nelle cose in cui crede la voce che canta la lettera di San Paolo. Forse credo soltanto nella responsabilità etica di non prendere per il culo la gente. Di non intortarla con populismi e demagogia. E neanche con musica furba. Noi non siamo mai stati furbi e continuiamo a non esserlo: in questo credo profondamente.

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