Interviste

Zaz 2010

JE SAIS CE QUE JE VEUX (Io so cosa voglio)

Nonostante abbia appena pubblicato il suo omonimo disco d’esordito, Zaz ha una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo. È partita dai cabaret di Parigi ed ora sta girando l’Europa con il suo raffinato pop ricco di contaminazioni. Un percorso umano prima ancora che artistico. Oggi la trentenne francese ha le idee molto chiare. Dopo aver catturato la nostra attenzione con la sua Je Veux, ci ha stregato con la sua determinazione.

di Mattia Sbriziolo

Da dove viene il tuo nome d’arte? Il mio vero nome è Isabell, ma tutti mi chiamano Zaz sin da quando ero bambina. Il mio nomignolo ha un significato simbolico, di ciclicità: ho utilizzato la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto, perché nella vita tutto ha un inizio ed una fine. Poi, da qualsiasi parte tu lo legga, rimane sempre Zaz.

Come nasce e cosa ci racconta Zaz? All’album hanno collaborato molte persone. Su tutti Raphaël (cantautore francese, nda), che ha composto per me tre brani del disco. Chi ascolta Zaz trova la mia vita: i pensieri e gli incontri che hanno creato il mio stile e la mia personalità. Essere cresciuta in Francia, poi, a contatto con una ricca scena musicale, mi ha aiutato molto. Mi piace esplorare e, come testimonia l’album, adoro giocare con i suoni. Questo album nasce da un mix di sonorità appartenenti ad ambiti differenti, dalla musica cubana a quella araba, dalla canzone francese al jazz, genere che ho suonato per molti anni e che amo in particolar modo.

Sei sempre alla ricerca di nuovi spunti quindi? Cambiare serve sempre. Qualsiasi cosa si faccia, esistono margini di miglioramento. Appena ho riascoltato Zaz, ho notato subito delle imperfezioni. Per me è già vecchio e vorrei mettermi immediatamente al lavoro per un nuovo album. Gli incontri aumentano giorno dopo giorno e mi fanno crescere. Domani potrei ricevere delle proposte per nuovi progetti, di qualsiasi genere. Oggi è jazz, il giorno dopo è funk. Tutto è possibile!

Ascoltando Je Veux, emerge un netto rifiuto del materialismo. Da dove proviene? Dalle esperienze che ho vissuto. A trent’anni ho già girato il mondo e ho conosciuto diverse culture. Ho fatto anche tanta gavetta nei cabaret parigini, lavorando dalle undici di sera alle quattro del mattino, convincendomi che quella fosse la mia strada. Quando ho cominciato a sentirmi una funzionaria della musica, ho lasciato. Nonostante guadagnassi parecchio, non stavo bene con me stessa, così ho cominciato a suonare per le vie della città. Per me i soldi devono restare un mezzo e non un fine. La vita notturna e quel mondo di lustrini e paillettes non facevano per me. È proprio quella realtà frivola e, a mio parere, falsa, che ho voluto cantare in Je Veux.

Tra etica e politica, il passo non è così lungo. Come hai accolto i provvedimenti presi dal governo Sarkozy nei confronti dei rom e delle donne islamiche? Penso che per i cittadini francesi esistano dei problemi seri da affrontare, ma spesso chi dovrebbe occuparsene chiude gli occhi e sorvola. Quando poi si ricomincia a guardare il problema, questo nel frattempo è diventato una montagna insormontabile, sempre più difficile da risolvere.

Con il primo disco e la crescente popolarità, non hai paura di cambiare? Sono contenta di richiamare sempre più pubblico, perché significa che la mia musica è apprezzata. Conosco il successo da dieci anni e non sono mai cambiata. Forse sono le persone accanto a me ad aver modificato atteggiamento. Ma ho la fortuna di essere circondata da persone con la testa sulle spalle e sono convinta che i miei amici rimarranno gli stessi. Per me i rapporti umani devono essere autentici, senza pregiudizi e senza paure.

La tua musica parla anche dei giovani e delle difficoltà che sono costretti ad affrontare. Credi che dovrebbero seguire il tuo esempio? Se dovessi dare loro un consiglio, cosa diresti? Il mio obiettivo non è di spingere i ragazzi a vivere come dico io. Assolutamente. Io racconto solo la mia storia. Ho voluto spesso mettermi in gioco e alla fine ho scelto il cammino che mi rende felice: la musica. Penso che per un giovane sia corretto coltivare le proprie passioni e impegnarsi per vederle crescere, altrimenti resterà solo una vittima. Secondo me, la società è lo specchio dei pensieri di ciascun individuo e mi piacerebbe che tutte le persone fossero sincere con se stesse, in modo da creare una collettività autentica.

Molti ragazzi, oggi, trovano nei talent show la scorciatoia per raggiungere la popolarit?. Nel tuo caso, invece, quanto hanno contato gli studi e la gavetta? Mi dà fastidio che certi ragazzi partecipino ai talent col solo obiettivo di diventare famosi e non per dimostrare le proprie capacità. È un’esperienza che fa maturare, certo, ma può anche distruggere. Per quanto mi riguarda, sono molto fiera del mio passato. Oltre alla fortuna ho seguito l’istinto: se sento che qualcosa mi ispira, mi ci butto a capofitto, cercando di fare del mio meglio.

Dove hai trovato la forza per arrivare fino a qui? C’è stato un evento particolare che ti ha fatto crescere? Solitamente mi faccio guidare dalla vita, contando sulla mia capacità di restare una persona innocente, come i bambini. Poi ci sono stati parecchi incontri che mi hanno fatto crescere e diventare la ragazza che sono oggi. Una decina di anni fa sono successe tante cose contemporaneamente, tra cui la morte di un amico. L’episodio mi ha dato la forza di reagire e andare avanti. Mi sono ripromessa che sarei stata felice.

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