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Achtung Baby degli U2 compie 20 anni

Il 18 novembre 2011 compie vent’anni Achtung Baby, il disco più significativo della straordinaria carriera degli U2 (per l’occasione esce in versione rimasterizzata con tanto di deluxe edition e cofanetti vari). Raro esempio di coraggio e irriverenza creativa, trasformò radicalmente la percezione che il mondo aveva della band irlandese.

Dublino, dicembre 1989. Gli U2 sono di nuovo in città dopo una campagna triennale che li ha portati a conquistare il mondo. I concerti in programma al Point Depot Theater valgono l’abbraccio della madre ai figli tornati da una lunga guerra. L’entusiasmo è contagioso, eppure i festeggiati sono a disagio. «Questi spettacoli sono importanti perché segnano la fine di qualcosa». Dal palco, Bono celebra una liturgia apocalittica. Sente che la band, dopo l’uscita di The Joshua Tree, ha perso il controllo. «Siamo partiti pensando di essere una band post-punk e siamo tornati con i cappelli da cowboy. Quando da ragazzini andavamo a vedere i Clash sapevamo da che parte stare. Le band come gli U2 del 1989 erano i nemici. Ci eravamo trasformati nei nostri stessi nemici». Le parole che il cantante consegna al documentario From The Sky Down – diretto da Davis Guggenheim, esce in occasione dei vent’anni di Achtung Baby insieme alla versione rimasterizzata del disco – identificano il disturbo post-traumatico di cui gli irlandesi rimangono vittime alla fine degli anni Ottanta: dominano il mondo ma non si riconoscono nell’immagine che lo specchio riflette. Perché diavolo stanno facendo la figura degli sfigati? Lo scarso successo di Ruttle And Hum (pellicola, e disco, in cui si documentava la tournèe americana dell’87) ha peggiorato l’umore della truppa, ma sono i segni della guerra tutta ad aver sfigurato gli U2.

Brian Eno ha già lavorato a Berlino con David Bowie. Conosce il posto e sa che la capitale della Germania riunificata è il luogo giusto per andare in cerca del futuro. Il Muro è caduto da qualche mese e la città è incredibilmente viva, ricca di pulsioni umane e sociali, il posto più interessante per mettersi sulle tracce di Sorella Ispirazione. Bono e The Edge, entusiasti, fanno subito le valigie: non si vedono da mesi ma hanno entrambi divorato tonnellate di musica elettronica, soprattutto tedesca, e sono fermamente convinti che solo un cambiamento radicale consentirà agli U2 di sopravvivere. «Il sound che veniva dalla Germania – racconta oggi il chitarrista – era la musica soul europea, in quel groove c’era l’anima del nostro continente. Un suono così freddo da esaltare ogni scintilla di umanità si nascondesse in mezzo. Berlino era il posto ideale dove trovare tutto questo».

La storia continua, ma se Achtung Baby è diventato quello che è diventato si deve alla parte fin qui raccontata. Ricapitolando, la più importante rock band del pianeta attraversa una crisi d’identità che può comprometterne il futuro. «Quello che la gente vedeva negli U2 non corrispondeva affatto a come ci sentivamo noi – ricorda Bono – e questa situazione ci rendeva terribilmente frustrati». Fondamentalmente gli U2 si stavano prendendo troppo sul serio, scambiando il luna park in cui erano finiti per una chiesa. Erano disposti a tutto pur di uscire da questo malinteso, persino a rinnegare se stessi diventando quello che fino a quel momento avevano rifiutato. «Smettemmo di essere tipi sinceri e immusoniti – ricorda The Edge – abbonando lo stile cupo di The Joshua Tree. Accettammo il nostro mondo contraddittorio e diventammo più brillanti».

L’universo degli U2 subisce un big bang. Suoni freddi e sperimentali soppiantano il rassicurante rock intriso di blues degli ultimi lavori, mentre Bono comincia a cantare i celebri falsetti e si presta persino a un restyling d’immagine, diventando l’alterego “The Fly”, lo stereotipo della rockstar che ha sempre detestato. L’obiettivo di Anton Corbijn ritrae la band in modo diverso: niente più foto da musoni irlandesi, gli U2 devono essere cool. Il singolo scelto per lanciare il disco, The Fly, lascia sbalordito chiunque avesse amato – milioni di persone – gli U2 per quello che erano stati fino ad allora. Infine lo ZooTV Tour, che ribalta tutti i canoni estetici degli spettacoli della band dublinese (e non solo): una produzione mastodontica, con schermi enormi, video wall e ogni diavoleria tecnologia disponibile. In pochi mesi gli U2 si tolgono i panni da boyscout per diventare pirotecniche rockstar. Senza avere la più pallida idea di come tutto questo sarebbe stato accolto.

«Se siamo ancora qui oggi è merito di Achtung Baby. È stata la svolta. Potevamo crescere oppure implodere, ci siamo giocati tutto». Le parole che Bono pronuncia vent’anni dopo inquadrano perfettamente quanto accaduto in quel preciso momento della storia degli U2. Un salto nel buio, come in fondo ogni opera d’arte dovrebbe essere non dovendo assecondare altro istinto che quello dell’artista. Se Achtung Baby è uno dei dischi più significativi e influenti della storia della musica si deve all’urgenza espressiva, esplosiva e irriverente – tanto si è presa gioco di tutti gli ostacoli – che lo attraversa. Sembra paradossale che in questi ultimi anni gli U2 siano stati criticati proprio per non aver più mostrato lo stesso coraggio. La risposta è nelle parole (di Bono) che aprono e chiudono From The Sky Down. «Bisogna rifiutare la propria identità prima di ritrovarne un’altra. Ma si rischia tutto perché in mezzo c’è il nulla».

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