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La storia di quando Bruce Springsteen spaccò il mondo in due

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Benché difficile a credersi, c’è stato un tempo in cui Bruce Springsteen non si esibiva difronte a folle oceaniche come quelle davanti alle quali siamo abituati a vederlo da trent’anni a questa parte. Fino all’esplosione di Born In The U.S.A., infatti, pur crescendo costantemente, il suo pubblico poteva ancora godere dell’intimità che luoghi come le arene coperte, seppur di dimensioni notevoli, riuscivano a permettere. Gli spettacoli al coperto dell’inizio del 1984 registravano così rapidamente il tutto esaurito perché lo zoccolo duro dei suoi seguaci era ormai tale da potergli permettere di suonare per mesi di fronte agli stessi fanatici della sera prima e, magari, delle quaranta volte precedenti.

Una delle ragioni alla base della scelta di suonare negli stadi fu il bisogno di Springsteen di non sentirsi più soffocato sul piano creativo da quella schiera di fedeli che lo seguiva per venerarlo e per celebrare un rito, una messa, di cui lui era l’unico sacerdote possibile. Tutti quelli che avevano voluto vedere qualcosa di ideologico dietro alla scelta del Boss di non suonare in spazi che avrebbero permesso l’arrivo di un cospicuo numero di infedeli – così perversi da avere solo il suo ultimo album – rimasero basiti nel venire a sapere che il loro idolo aveva preso una decisione del genere. Nonostante Springsteen avesse assolutamente bisogno della sfida artistica che gli presentavano i vasti spazi degli impianti sportivi, quei fan si sentirono in qualche modo traditi: gli sembrava che venisse sacrificato quel rapporto di profonda intimità che prima i club e poi le arene avevano sempre permesso loro.

Quello che i suoi seguaci non potevano immaginare, tuttavia, era che il passaggio da un’era alla successiva della carriera di Bruce sarebbe stato indolore. Per creare un nuovo tipo di rapporto fra sé e i suoi ascoltatori senza alterare di molto il significato dello spettacolo, Springsteen capì che, più che puntare su una serie infinita di brani, avrebbe dovuto coinvolgere tutti i presenti, uno per uno, con quello che aveva sempre saputo fare meglio: raccontare loro delle storie che li facessero sentire parte integrante dello show. L’apice di questo processo avveniva durante l’esecuzione di Growin’ Up, vera e propria autobiografia in musica che dal vivo superava di gran lunga l’asettica versione in studio presa dal suo debutto Greetings From Asbury Park, N.J..

Dopo la prima strofa, proprio mentre le immagini di gioventù evocate dal brano iniziavano a concretizzarsi al meglio, Bruce decideva di giocarsi la carta che nella sua mente avrebbe unito nuova e vecchia guardia: un siparietto a metà tra rappresentazione della scuola e teatro canzone, in cui lui e qualcuno della band mettevano in scena il momento in cui “Bruce il fallito”, quello non compreso né a casa né a scuola, aveva scoperto la magia del rock ‘n’ roll. In un momento in cui la tecnologia aveva preso il sopravvento totale su ogni aspetto degli spettacoli dal vivo, quei siparietti dilettanteschi erano in grado di colpire il pubblico proprio per la loro ingenua semplicità. La scenetta cambiava ogni sera.

Qualche volta narrava di incontri con Dio che gli comunicava di aver dimenticato l’undicesimo comandamento (Let It Rock), altre volte con UFO e cartomanti e persino con animali selvatici. Uno degli intermezzi migliori avvenne nel New Jersey, una sera dell’estate del 1984: «Ero ancora alle superiori e non me la cavavo bene, quindi mi mandarono dal consulente scolastico, che mi chiese quale fosse il mio problema. “Be’ vede, signore, non c’è nulla che mi interessi, non so che fare di me stesso, niente in cui sperare”. E lui mi disse: “forse è il caso che lei stia un po’ lontano da scuola per trovare una soluzione”». Il suo tono era così involontariamente comico che tutti i presenti erano ormai conquistati. «Poi andai da mio padre e gli raccontai perché ero stato cacciato e gli ripetei la conversazione avuta, ma lui mi rispose dicendomi di portagli un’altra birra. Decisi allora di farla finita, di annegarmi, quando all’improvviso mi apparve un un tipo grande e grosso, Clarence Clemons, che si sedette al mio fianco. Iniziammo a condividere le nostre sensazioni e l’empasse in cui ci trovavamo e per un po’ piangemmo insieme, ma poi ci rendemmo conto che non serviva a nulla e che avremmo dovuto capire perché il destino ci aveva fatto incontrare».

Il racconto simbolico-iniziatico proseguiva in modo sempre più orrorifico e coinvolgente, col pubblico così immedesimato da imitare persino colonne sonore di film dell’orrore e urla agghiaccianti, che rendevano l’atmosfera completamente surreale. Dopo una serie infinita di peripezie, i due amici si ritrovarono in una foresta, dove due tecnici del suono vestiti da orsi (gli animali totem per eccellenza secondo alcune popolazioni nativo-americane) consegnavano loro un sax e una chitarra. Nel momento in cui le mani dei due amici si univano, le luci si riaccendevano e la canzone giungeva al termine, con Bruce che, citando tanto Chuck Berry quanto John Lennon, gridava: «E addio al New Jersey, eravamo decollati». E con loro anche ogni singolo spettatore allo stadio, che fosse al debutto o al suo centesimo concerto. Da quel giorno, il mondo è diviso in due: da una parte quelli che amano Springsteen e dall’altra quelli che non l’hanno mai visto dal vivo.

#livepills

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