Notizie

Bruce Springsteen, nell’autobiografia anche gli anni bui della depressione

bruce-springsteen-depressione-autobiografia
di Francesca Vuotto
Foto di Francesco Prandoni

Sul nuovo album in arrivo il 23 settembre e sulla autobiografia attesa per il 27 vige il massmo riserbo, ma una bella anticipazione di quel che ascolteremo e leggeremo Bruce Springsteen l’ha regalata in una lunga intervista pubblicata sul numero di ottobre di Vanity Fair USA, che ha già fatto il giro del mondo e della Rete anche grazie alle foto del servizio scattate da Annie Leibovitz.

Durante la sua chiacchierata il Boss ha svelato particolari e retroscena della sua carriera e della sua vita personale che ha messo nero su bianco nel libro in uscita, la cui scrittura ha avuto su di lui un effetto terapico, come spesso accade in questi casi e come confermato da sua moglie Patti Scialfa. «Ho dovuto scavare in me per trovare le radici dei miei problemi e di alcune questioni non risolte, ma anche per scoprire le cose belle che mi hanno permesso di essere quello che sono e realizzare quel che ho fatto» si legge.

Innanzitutto, la stesura del libro lo ha aiutato a mettere a fuoco e superare meglio il complicato rapporto con il padre, una figura che trova spazio anche nelle sue canzoni. Un padre difficile, simile «ad un personaggio di Bukowski», che non è mai riuscito ad entrare in sintonia con il figlio, e al quale Springsteen ha ricondotto, anche grazie ad anni di analisi, anche parte delle cause della depressione che lo ha afflitto anni fa. Della malattia ha già parlato pubblicamente in altre occasioni, ma mai l’ha indagata così a fondo prima, mettendosi così a nudo: «C’è la depressione come malattia e poi c’è la paura di essere condannato a vivere quel che ha vissuto mio papà. Perchè non sai dove sta il limite. Potrà la malattia spingersi così oltre da farmi diventare più simile a mio padre di quanto avrei mai pensato?» è una delle domande che lo hanno tormentato negli anni bui.

Nell’autobiografia però c’è inevitabilmente anche tanto spazio per la spensierata giovinezza – e scopriamo che è pessimo al volante e che ama scrivere in caps lock – e per la musica. Racconta di come faccia a cantare ancora con lo stesso entusiasmo Born To Run – «Una buona canzone condensa il tempo, è per questo che si fa cantare con convinzione anche a distanza di 40 anni, perchè un bel pezzo acquisisce sempre più significato, anno dopo anno» – e di quanto sia fondamentale per lui andare in tour, «la miglior forma di automedicazione possibile». I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma qualche insidia c’è: «Suonare dà una grande dose di euforia e il pericolo è che ciò ti porta a pensare sempre, ogni volta, di essere immortale. Ti fa sentire onnipotente. E poi ti tocca scendere da quel palco e la prima cosa che realizzi è “Ok, è tutto finito”. E torni ad essere un comune mortale». Un comune mortale che qualche arma in più ce l’ha e che, attraverso le sue canzoni, è di grande aiuto a tanti altri.

Commenti

Commenti

Condivisioni