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Il diario del tour inglese di Damien McFly

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Si è appena concluso questo mio nuovo viaggio attraverso il Regno Unito: un tour di 7 giorni che mi ha dato davvero molto. Per un italiano proporsi cantando in inglese in Inghilterra è una bella sfida e il timore del giudizio potrebbe scoraggiare. Per uno come me che suona folk, poi, è un’ulteriore sfida, dal momento che questo genere è parte integrante della cultura anglosassone.

Forse è proprio per questo motivo che affronto ogni palco con molta determinazione ma allo stesso tempo con umiltà.

Viaggiare da soli è sicuramente una bella esperienza, ma farlo con la band al seguito è stato molto più stimolante e utile, dato che i miei brani sono stati creati per essere suonati in questa dimensione. Questa volta ho cercato di suonare in posti dove non ero mai stato, aggiungendo alle ormai consolidate Londra, Edimburgo e Glasgow località come Newcastle, Liverpool e Oxford. Nonostante porti ancora i segni delle molle dei materassi dei motel dove abbiamo dormito e non riesca quasi a muovere un piede a causa della maratona in aeroporto con chitarra, zaino e valigia per non perdere l’aereo, questo è stato in assoluto il tour che più mi ha dato soddisfazioni.

Ho aperto questa settimana di eventi con un bellissimo concerto all’O2 Academy di Islington (Londra), come headliner in una serata composta da 6 artisti emergenti. Ero un po’ teso, anche perchè non sapevo davvero come avrebbe reagito il pubblico, essendo l’unico italiano tra band inglesi. Ho cercato, come sempre, di dare il massimo ma non avevo idea di come sarebbe stata recepita la mia musica. Forse proprio per questo motivo è stata davvero una bellissima soddisfazione ricevere, due giorni dopo, una mail dal promoter londinese che recitava: “Damien was absolutely fabulous, one of the best acts we have seen this year”. Così, per festeggiare, io e la band abbiamo deciso di comprare una bottiglia di vino, con l’intento di stapparla una volta giunti in camera. Sfortunatamente appena scesi dal van è maldestramente scivolata rompendosi proprio davanti all’ingresso dell’hotel.

A Glasgow ho avuto l’opportunità di registrare due brani live a Scotland TV, dove l’inglese diventa scozzese e le vocali si scambiano random, giusto per far sì che tu non capisca una parola di quello che ti dicono. Il trattamento è stato sopra le righe, sia in TV che la sera all’Hard Rock Cafè, dove già ero stato a ottobre e dove sono ritornato con grande piacere.

Edimburgo, invece, è quella città dove ti basta girare con una chitarra in spalla nel tuo day off e trovi gestori di locali che ti abbracciano ringraziandoti per essere venuto a suonare due pezzi. Così ti trovi in una chiesa sconsacrata del 18° secolo senza riscaldamento, ma con un’acustica bellissima, a cantare i tuoi brani conoscendo alcuni musicisti locali.

Dopo poche ore di viaggio e ancora meno di sonno, ho raggiunto Newcastle dove mi sono esibito al Mr Lynch, locale splendido e pieno di studenti dove la mia musica è stata accolta con grandissimo entusiasmo, tanto che una ragazza che era lì per recensire l’evento ha ri-twittato il mio account corredato dall’hashtag #italianmumfordandsons. Direi che siamo sulla strada giusta!

Dopo una nottata passata a provare a ordinare cibo “sano” su qualsiasi piattaforma web esistente senza successo, conclusa col chiamare un taxi per farsi portare al primo fast food, arrivo a Liverpool. Si suona al Leaf, un locale molto conosciuto in città, in un’atmosfera già natalizia e con un pubblico davvero attento e partecipe; uno dei concerti più belli del tour.

Nonostante le corse, le mille ore in autobus, il caldo sole (forse apparso per un’ora nell’arco di un’intera settimana), gli accenti talvolta incomprensibili,  le ruote del trolley rotte, non vedo l’ora di ripartire, incontrare nuovi fan, vecchi amici e portare nuova musica a un pubblico inglese al quale un italiano che prova a fare del folk sembra piacere.

Damien

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