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Esce VivaVoce, De Gregori spiega la differenza tra rapper e cantautori

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Francesco De Gregori torna con VivaVoce, un album dedicato a se stesso e alla sua musica. E nel presentarlo spiega anche la differenza che corre tra rapper e cantautori. Foto di Daniele Barraco

Se lo hanno sempre soprannominato “Il Principe” è per quell’aria apparentemente distaccata e austera, che lo ha sempre fatto sembrare più algido di quanto in realtà sia. Ma forse un po’ anche per la classe con la quale Francesco De Gregori sa rispondere a domande di colleghi giornalisti interessati al cantautore impegnato a sinistra più che all’artista che presenta il suo ultimo album, Vivavoce, una raccolta di 28 grandi canzoni di tutta la sua carriera con nuovi arrangiamenti.

«La politica per me è una cosa talmente alta che non si può discutere banalmente e velocemente», glissa il cantante. «È pieno di uomini di spettacolo pronti in cinque minuti a dirvi cosa pensano di questo Paese. Io non sono uno sciamano. Sono convinto che questo Paese abbia un futuro luminoso, un futuro di doveri e di diritti. Dipende da tutti noi. Per me, per un’artista, fare politica è fare bene il mio lavoro». Nessuna parola, come da speranze dei titolisti, sul premier Matteo Renzi, sul Pd e in generale sulla sinistra italiana. E per fortuna, perché è raro sentir parlare di musica con cognizione di causa. E De Gregori ha molto da dire a riguardo.

Parte spiegando di non voler «giudicare nessun giovane, perché se dicessi “questo mi piace e questo no” potrei fare solo danni: non me la sento di dire nulla del genere». Salvo aggiungere, con molta ironia, «tanto sappiamo tutti cosa è bello e cosa no». E poi concludere con un pensiero sul rap, dopo che alcuni mesi fa una sua dichiarazione sul fatto che i rapper fossero i cantautori delle nuovi generazioni era stata a suo dire un po’ travisata. «È vero che i rapper danno molta importanza alle parole, ma credo che quella frase sia stata una semplificazione che voi giornalisti mi avete messo in bocca. La verità è che la storia non si ripete. E c’è una grossa differenza: al contrario dei rapper, i cantautori erano più acculturati e si rivolgevano a un pubblico più acculturato. Le loro canzoni erano piene di rimandi alla cultura classica. Io stesso fui accusato di scrivere testi liceali. Peraltro in parte era vero». E meno male che non voleva parlar male di nessuno. Ma presto si cambia argomento e si passa all’album.

Vivavoce non è solo un best of. È un disco che fotografa le canzoni di ieri nel tempo di oggi. Spiega come il cantautore viva adesso capolavori che, necessariamente, non possono essere cantati e suonati allo stesso modo di quando erano stati scritti. Così La leva calcistica della classe ’68 diventa una ballata malinconica con un omaggio ai Procol Harum e allo stesso modo altri brani rimandano a altri grandi artisti internazionali, dai soliti maestri Bob Dylan (Fiorellino #12&35, una Buonanotte fiorellino riarrangiata su Rainy Day Women #12&35) e Leonard Cohen (Il futuro, cover/traduzione della bellissima The Future) a Dire Straits (Il panorama di Betlemme) e Pat Boone (Il ’56).

Addirittura il cantautore sta pensando a un lavoro di cover del suo «guru» Dylan, ma ne parla al futuro. Questo invece è il momento di regalare un album a se stesso con la sua etichetta Caravan. «Nessuno lo dice, ma alla mia età sono ancora indie», scherza. «Volevo testimoniare con necessità di artista e onestà dove è arrivata la mia musica oggi. Probabilmente gli arrangiamenti che porterò in tour saranno questi, anche se nulla può essere definitivo. E la musica non può essere fissata per sempre: non lo è stata nel 1975 e neppure nel 2014. Certo, alcune canzoni erano venute talmente bene che era difficile “fissarle” in un altro modo. Alice, per esempio, io l’avevo scritta in una stanza come cantautore solitario. Così ho pensato che l’unico modo di rifarla fosse cantarla con qualcun altro e ho chiesto a Ligabue di farmi compagnia perché ha una voce molto diversa dalla mia ed ero sicuro che avrebbe sentito la canzone come la sento io. Spero di poterlo ospitare sul palco nei prossimi due concerti».

Quello che però accomuna tutti i brani è l’incredibile capacità di riuscire a vivere oggi esattamente con la stessa forza di ieri. «Viva l’Italia è una canzone d’amore per questo Paese e non ha età», racconta il cantautore. «Oggi, dopo 35 anni, ancora sta in piedi e il pubblico la vuole. E quando mi capita di cantarla all’estero assume ancora un altro colore per gli italiani che sono altrove. La mia speranza è che questo album sia ascoltato, per così dire, in comunità, come ascolto collettivo. Il titolo Vivavoce si riferisce proprio a questo: togliete le cuffie dal cellulare e mettete il viva voce così che tutti possano ascoltarlo. Non so immaginare nulla di meglio di vedere un pubblico di diverse generazioni ai miei concerti, dai miei coetanei ai ventenni».

Uno dei momenti più toccanti di tutto l’album è però l’omaggio all’amico Lucio Dalla, al quale è dedicato il finale di Santa Lucia. «Lucio amava molto questa mia canzone e io ho sempre amato molto la sua Come è profondo il mare, per questo mi è sembrato naturale inserirne il tema alla fine di Santa Lucia», ricorda De Gregori. «Quando è morto avevamo appena finito di lavorare insieme e per me era troppo doloroso partecipare allo spettacolo che è stato allestito dopo la sua fine. È stato l’unico collega con il quale ho collaborato due volte e non una sola, perché sapeva trasmettere una spinta artistica forte. Era inevitabile ricordarlo in questo album. La cosa più terribile ora è non poter programmare una terza uscita insieme. Perché sono convinto che sarebbe ricapitato, tra qualche anno. Il lutto vero della sua scomparsa per me è questo».

@AlviseLosi

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