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Eddie Vedder risponde alla polemiche: «Non sto zitto per paura delle critiche». E cita John Lennon

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Le parole di Eddie Vedder sul conflitto nella Striscia di Gaza hanno sollevato polemiche soprattutto in Israele. Per questo il cantante dei Pearl Jam si è sentito in dovere di spiegare il senso della sua presa di posizione contro la guerra.

Eddie Vedder polemiche guerra Israele Palestina

Imagine That – I’m Still Anti-War. S’intitola così il comunicato pubblicato da Eddie Vedder sul sito ufficiale dei Pearl Jam e riportato sulle pagine Facebook del gruppo e dell’artista stesso. Il frontman della band di Seattle si è sentito in dovere di rispondere alle polemiche scatenate dal discorso tenuto durante il concerto di Milton Keynes – in cui criticava aspramente i bombardamenti nella Striscia di Gaza di questi giorni. In Israele però, l’appello pacifista di Vedder non è stato bene accolto e giudicato anzi anti-sionista. Così Vedder, che nella pace crede davvero, ha cercato di spiegare la sua posizione, citando John Lennon e la sua Imagine, il più importante inno pacifista nella storia della musica.

Ecco le parole di Eddie.

«La maggior parte di noi ha sentito John Lennon cantare “You may say I’m a dreamer, but I’n not the only one“. E alcuni di noi, dopo una nuova dose di notizie a proposito di morte e distruzione, sentono il bisogno di congiungersi con altre persone per condividere la propria indignazione. Le cronache ci parlano di circa una dozzina di diversi conflitti in corso e le storie sono sempre più terrificanti: la tristezza sta diventando insopportabile. E cosa ne sarà del nostro pianeta quando la tristezza diventerà apatia? Ci sentiamo senza speranza. E così giriamo la testa e voltiamo pagina.

Io sono pieno di speranza. Quella speranza che mi viene dalla moltitudine di persone che la band è stata così fortunata da incontrare sera dopo sera in Europa. Vedere bandiere di così tante nazioni differenti e queste enormi platee condividere pacificamente e con gioia il proprio tempo è l’esatta ispirazione delle parole che ho sentito il bisogno di trasmettere con forza. Quando cerchiamo di fare un appello alla pace nel mondo durante un concerto rock, riflettiamo le emozioni di tutte quelle persone con cui siamo entrati in contatto, in modo da comprenderci meglio a vicenda.

Non smetterò mai di comportami così. Chiamatemi ingenuo. Preferisco essere ingenuo, sincero e speranzoso piuttosto che rassegnato a non dire nulla per paura di essere frainteso e criticato. La maggior parte delle persone umane su questo pianeta vuole fortemente amore, salute, famiglia, cibo e rifugio, non la guerra.

La guerra fa male. Fa male a prescindere dalla parte sulla quale cadono le bombe.

Con tutte le conquiste globali nella tecnologia moderna, gli avanzati dispositivi di comunicazione e informazione, la decodificazione del genoma umano, i fuori strada su Marte etc., dobbiamo davvero rassegnarci alla devastante realtà che i conflitti saranno sempre risolti con le bombe, le uccisioni e gli atti barbarici?

Siamo una specie incredibile. Capace di creare bellezza. Capace di grandi progressi. Dobbiamo essere in grado di risolvere i conflitti senza spargimento di sangue.

Non so come conciliare la pacifica tempesta di bandiere che vediamo ogni sera durante i nostri concerti con i notiziari quotidiani che parlano di guerre globali e delle loro terribili conseguenze. Non so come metabolizzare il senso di colpa e complicità che provo quando sento che intere famiglie di civili vengono uccise dai colpi dei droni statunitensi. Ma so che non possiamo permettere che la tristezza diventi apatia. E sono assolutamente certo che siamo meglio quando ci ricongiungiamo gli uni agli altri.

“I hope someday you’ll join us…”. Ascoltiamo quello che diceva lui».

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