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Perchè Glastonbury lo fanno in Gran Bretagna e non in Italia

Glastonbury

Dopo una salutare pausa – il 2012 era un anno a maggese, con la necessità quindi di lasciare riposare il manto erboso, e la concomitanza con le Olimpiadi a Londra rendeva impossibile la manifestazione – il festival di Glastonbury fa il suo ritorno proprio a partire da oggi (sarebbe ieri, ma i concerti veri e propri cominciano nel pomeriggio di venerdì), con la serata di sabato, quella con i Rolling Stones come headliner, che si preannuncia davvero imperdibile. Inutile fare una lista di ciò che sarà possibile vedere e ascoltare nei prossimi tre giorni, ma anche solo dopo un’occhiata distratta si ha la sensazione che nessun altro festival, quest’anno, potrà competere con quello che si tiene nel Somerset. E se, come noi, neppure per questa edizione siete riusciti ad accaparrarvi i biglietti, ecco un breve articolo (tra il serio e il faceto, lo ammettiamo) sul perché, forse, non ci meritiamo di avere una manifestazione simile in Italia. D’altronde se, al di là della Manica, i media partner si chiamano Q, BBC e The Guardian ci sarà ben un motivo.

BIGLIETTI IN PREVENDITA
Lo so, a noi nel paese del sole pare quasi impossibile l’idea di comprare dei biglietti per un concerto con l’anticipo di un anno o quasi. Figurarsi, poi, se si tratta di un festival di cui nemmeno si sanno headliner e cast. Per Glastonbury invece funziona proprio il contrario: si comprano gli abbonamenti – con un sold out quasi immediato, questione di ore o poco più – perché, in qualunque caso, c’è la voglia di partecipare a un bellissimo rito collettivo, in cui sentire grande musica e divertirsi con gli amici, indipendentemente (o quasi) dagli artisti presenti in scaletta. Che, per inciso, si chiamano Rolling Stones, Primal Scream, Blur, Arctic Monkeys, U2, David Bowie, Beyoncé, Radiohead, Bruce Springsteen, Neil Young e centinaia di altri. Qui da noi? Non pensateci neppure, il rischio di trovarsi Vasco Rossi come headliner per dieci edizioni di fila sarebbe troppo alto…

TRADIZIONE E CULTURA
Parliamo di Glasto, ma si potrebbe fare lo stesso discorso per Reading o per altre grandi manifestazioni. L’innegabile appeal dovuto ai cast stellari e l’atmosfera generale della manifestazione non sono frutto di banali coincidenze, ma anche e soprattutto l’effetto di una tradizione consolidata che gioca a loro favore (certo anche i cachet per i gruppi fanno la loro parte, eh!). I primi raduni a Glastonbury risalgono all’inizio dei Settanta, Reading è arrivato poco dopo, il raduno metal di Donington idem: dietro a quel successo c’è una parola che, qui in Italia, è sinonimo di povertà e scherno, ovvero “cultura”. Quante volte avete sentito ripetere a qualche politico nazionale che con la cultura non si mangia? Bene, chiunque sia, si meriterebbe tre giorni di pioggia e fango e una visita all’ospedale con la sindrome da piede da trincea. Ma temiamo che non basterebbe neppure quello a convincerlo a investire sulla musica (e sull’arte in generale) in Italia.

I GRANDI NUMERI
Ogni anno, da parecchio tempo ormai, le persone che visitano Glasto nei tre giorni del festival sono stimate tra le 130.000 e le 250.000, compresi i numerosi intrusi, cifre da capogiro per qualunque manifestazione italiana. Se da noi, giusto quattro o cinque partite di calcio all’anno – i derby di Milano, qualche scontro al top in Champions League – riescono ad attirarne 70/80.000, figuratevi la musica. Nessun festival organizzato nel nostro paese, neppure tutti gli Heineken Jammin’ (edizioni con Vasco escluse) o il pur valoroso Arezzo Wave, tanto per fare un esempio, sono mai riusciti a garantire affluenze record. Restano comunque delle belle eccezioni, difficilmente replicabili (e infatti purtroppo quel festival non dà più segni di vita), e l’impressione è che, in fondo, certi avvenimenti non siano neppure troppo rimpianti. Non c’è neppure un festival estivo degno di tal nome in Italia nel 2013? Chissenefrega…

LA LOCATION
E qui arriviamo davvero alle dolenti note, specialmente quando si parte coi paragoni. Se, da un lato, abbiamo la splendida campagna inglese del Somerset – è vero, spesso piove e quindi da splendida campagna si tramuta in trappola di fango con sabbie mobili, ma volete mettere raccontarlo agli amici al ritorno? –, dall’altro noi italiani possiamo competere con favolosi posteggi in aree industriali (l’Arena di Rho, che rivoluziona il concetto di arena in maniera creativa), curve o rettilinei di circuiti automobilistici (a Imola, sede di molte edizione dell’HJF) o nelle vicinanze di parchi acquatici (come il mitico Sonoria di metà anni Novanta a Milano). Per carità, ci sono anche delle eccezioni – il castello di Vigevano, pur non come festival vero e proprio, oppure l’Idroscalo di Milano, con le sue zanzare giganti – ma la sensazione resta quella di una fastidiosa inferiorità. Se poi ci si mette anche la sfiga – vedi le disastrose edizioni  dell’HJF al Parco San Giuliano di Mestre – allora la partita è senza storia.

IL RISPETTO
Come accennavamo già nel primo punto, la tre giorni di giugno a Glasto va esaurita nel giro di pochissime ore senza neppure che siano annunciati i nomi dei partecipanti. Questo, non solo mette in mostra una fidelizzazione mostruosa del proprio pubblico, ma anche una cultura del rispetto qui da noi ancora impensabile. Non ci sono fazioni calcistiche nei festival britannici (o anche nel resto del mondo, così a spanne), quando invece in Italia spesso ci si riduce al tifo da curva anche nei concerti musicali. C’è chi passa il pomeriggio con le spalle al palco facendosi i fatti propri in attesa dell’ora X, ignorando tutte le band di spalla (dai che sapete di chi si parla…) e pure qualche ultrà che preferisce commentare l’esibizione con lanci di oggetti verso i musicisti sul palco. Miglioreremo? Chi lo sa, possiamo solo sperarlo, anche se prima bisognerebbe ricordare che, se da noi la parola festival fa rima solo con Sanremo e, in altre parti del mondo, con Primavera, Coachella, Glastonbury, Lollapalooza o Roskilde… beh, un motivo ci deve pure essere!

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