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I migliori album del 1991

Il 1991 è stata un’annata importante per la musica. Ecco alcuni tra i migliori album usciti durante quei dodici mesi.

Nirvana – Nevermind. Un disco determinante per il grunge, che non è passato inosservato agli occhi di nessuno.

Primal Scream – Screamadelica. Quando il rock incontrò l’house più acido ed esplose nel panorama mainstream.

The Jesus Lizard – Goat. Prodotto da Steve Albini e descritto da un recensore come “una festa all’inferno”.

Ice Cube – Death Certificate. Pazzo, cattivo e pericoloso. Cube ha continuato sulla scia NWA e lo ha fatto vendendo milioni di dischi.

Massive Attack – Blue Lines. Il collettivo di Bristol ha simultaneamente cambiato la faccia della musica mainstream britannica e ha creato qualcosa di intramontabile come Unfinished Sympathy.

Metallica – Metallica. Immediato e melodico, i Metallica hanno rimodellato il loro sound e creato qualcosa di universale al tempo stesso.

My Bloody Valentine – Loveless. Due anni di lavorazione e la quasi bancarotta per creare questo disco, il loro capolavoro, voluttuoso ma pur sempre etereo.

U2 – Achtung Baby. Reinventatisi con la distorsione melodica, dei nuovi U2 quasi irriconoscibili si presentano inneggianti ed aperti alle emozioni.

A Tribe Called Quest  – The Low End Theory. Un album chiave della scena alt-hip hop, che portò il jazz e l’hip hop a sfiorarsi.

Throwing Muses – The Real Ramona. Il loro surrealismo si sposava con la loro sensibilità pop, accattivante e ossessivo.

The Orb – The Orb’s Adventures Beyond The Underworld. Diventò la colonna sonora di riferimento della scena house. Campionature ingegnose incontrano synth immersi in un fioco bagliore, di cui la parte migliore era Little Fluffy Clouds.

Talk Talk – Laughing Stock. Complesso, con accenni al jazz moderno, la sua influenza oggi (vedi  i Wild Beasts) non può essere sottovalutata.

Smashing Pumpkins – Gish. Precedendo Nevermind di qualche mese, Corgan e co. hanno mischiato riff metal con liriche confessionali. Pezzi come I Am One e Rhinoceros erano devastanti e preannunciavano dove sarebbe arrivato il grunge.

Slint – Spiderland. Timoroso e titubante, questo disco essenziale del post rock ha anche dato il via alla dinamica “silenzio/rumore” che avrebbe caratterizzato la decade successiva.

Sebadoh – 111. Eleganza lo-fi prima dei Pavement, questo disco conteneva melodie naive in abbondanza, con Lou Barlow, Eric Gaffney e Jason Loewenstein a spingere per la pole position emo-indie.

Red Hot Chilli Peppers – Blood Sugar Sex Magik. Rick Rubin è riuscito a fondere il machismo dei RHCP con il loro lato più delicato. Il risultato è stato un disco determinante per la loro carriera.

Public Enemy – Apocalypse 91. Inesorabilmente cupo, i Public Enemy abbandonarono il loro lato più urbano verso sonorità rock-hip hop e il risultato fu più duro e veloce di qualsiasi cosa avessero fatto prima.

Prince & The New Power Generation – Diamonds And Pearls. Prince iniziò la nuova decade con una nuova band e un sound vicino al funk, jazz e hip hop. Per anni fu il suo pop più determinato.

Pixies – Trompe Le Monde. Un clamoroso, rock-ttacolare addio dal quartetto, sempre più in tensione. Conteneva anche una delle loro canzoni più belle, Motorway To Roswell.

Pearl Jam – Ten. Metallico e più vicino al rock classico che al grunge, è stato un disco inneggiante, accessibile, influente, con cui gli anti-Nirvana cambiarono le regole del gioco.

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