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La sera in cui il batterista più folle di ogni tempo svenne sul palco

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Solo il 30% delle cose che avere sentito su di me o Ozzy Osbourne o Marilyn Manson è vero, tutto quello che avete sentito su Keith Moon è vero!” (Alice Cooper)

Quando si pensa agli anni d’oro del rock ‘n’ roll, quello della libertà totale di pensiero e (ahimè) troppo spesso anche di azione, tutta una serie di leggende più o meno confermate affiorano con il loro carico di storie al limite dell’irraccontabile, ma soprattutto, dell’inverosimile.
I protagonisti di queste storie, generalmente avvenute nel corso degli anni settanta, il decennio selvaggio per eccellenza, erano quasi sempre i membri dei gruppi più in evidenza: chitarristi e cantanti. Tuttavia, chi conosce bene la storia della musica popolare, sa benissimo che alcuni dei personaggi più folli che si siano mai visti su un palco avevano bensì un paio di bacchette di legno tra le mani.

Le scorribande e le dichiarazioni al vetriolo di un pazzo completo come Ginger Baker dei Cream, per esempio, sono entrate di diritto nella storia del rock, così come la scia infinita di camere d’albergo sfasciate, cuori infranti (anche per mezzo di pesci utilizzati come giochi erotici) e sbronze colossali che il grande John Bonham lasciava dietro di sé ogni qual volta i Led Zeppelin facevano tappa in una nuova città. Oppure ancora Roger Taylor dei Queen, che già negli anni d’oro della band incarnava la classica figura della rockstar decadente tutta sesso droga e rock ‘n’ roll e che ancora oggi, vicino ai settantanni, non ne vuole sapere di smettere i panni del rocker duro e puro.

C’è una cosa su cui però nessuno ha mai avuto dubbi: il batterista più folle di ogni tempo, ancora oggi, resta Keith Moon degli Who, ricordato da chiunque l’abbia conosciuto come uno dei maggiori party animal che la storia avesse mai partorito. A differenza di molti altri, Keith difficilmente riusciva ad essere gestibile per anche solo mezz’ora nel corso di una giornata, cosa che bilanciava perfettamente l’immenso talento di cui la natura l’aveva dotato.

Vivere a stretto contatto con lui, come sapevano bene i suoi compagni Roger Daltrey, Pete Townshend e John Entwistle, era una delle cose più divertenti al mondo, ma anche delle più difficili. Non a caso, quando venne trovato morto all’età di trentaquattro anni per aver assunto una dose eccessiva di pillole, utilizzate per disintossicarsi, tutti ne piansero la scomparsa, ma nessuno rimase sorpreso dalla notizia.

Tra le sue trovate diventate letteralmente leggendarie c’era quella di quando era entrato in una gioielleria di un ebreo vestito da nazista, oppure quella volta in cui, durante una tournée, fece saltare in aria il bagno dell’albergo dove risiedeva con un candelotto di dinamite. Notevole anche l’occasione in cui si gettò con una Cadillac nella piscina di un altro sventuratissimo hotel in cui la band era di passaggio o, al limite della psicopatia, quando riempì di esplosivo la cassa della sua batteria beccandosi decine di schegge al momento dell’esplosione.

Una delle più singolari, tuttavia, resta quella in cui, durante uno show al Cow Palace di San Francisco (anno 1973) dopo aver fatto incetta di tranquillanti e alcol, svenne nel bel mezzo dello show: nonostante una dose massiccia di cortisone e diverse percosse, la band non riuscì a riportarlo sul palco per concludere lo show. Un concerto degli Who viveva del ritmo forsennato dei passaggi di batteria di Moon. L’unica alternativa alla sospensione era quella di trovare qualcuno che lo sostituisse: la band iniziò quindi a chiedere ai presenti se tra loro ci fosse qualcuno in grado di svolgere quell’improbabile compito. Si fece avanti un certo Scott Halpin, da quella sera entrato di diritto nella biografia della band, che, aiutato da un bicchiere di scotch, porterà a termine la serata. Come ricompensa, inizialmente gli vennero promessi mille Dollari, che si tramuteranno magicamente in una giacca del tour. Giacca che gli venne rubata da lì a qualche ora.

#livepills

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