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Lacuna Coil e il nuovo album: «Delirium, il nostro manicomio heavy»

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di Silvia Marchetti
Foto di Alessandro Olgiati

Benvenuti a Delirium, il manicomio dei Lacuna Coil. Il nuovo album della band italiana, in uscita il 27 maggio 2016, è un viaggio emozionale tra sonorità più heavy rispetto al passato e immagini plumbee che narrano storie di follia e di sofferenza. Quello di Cristina Scabbia e Andrea Ferro è un progetto artistico a 360 gradi, che parte da musica e testi ricercati, di grande qualità, per affrontare, in modo serio, il tema della malattia in tutte le sue forme. Ecco cosa ci hanno raccontato i Lacuna Coil a proposito del disco e del tour.

Le canzoni del nuovo album attraversano un sanatorio abbandonato per descrivere malattie terribili, dolore e inquietudine. Come siete entrati in questo Delirium? Tutto è scattato nel momento in cui abbiamo pensato alla parola stessa, Delirium. Si è spalancata la porta dell’ispirazione. Abbiamo capito subito che tipo di atmosfera avremmo voluto nel nuovo progetto, di cosa avrebbero parlato i testi. Ci è capitato di visitare vecchi manicomi: in quei momenti, entrando nelle varie stanze abbandonate, abbiamo visto e sentito il nuovo album. Quelle atmosfere pesanti ci sono rimaste dentro. Forse per autosuggestione, abbiamo iniziato a immaginare cosa sarebbe potuto succedere in quelle strutture così oscure, insomma, ci siamo creati il nostro sanatorium personale. Delirium è un posto per raccogliere chiunque si senta solo, abbandonato, incompreso. Un luogo in cui si cerca di trovare una cura al malessere fisico e psicologico. O, forse, una vera cura non esiste. Forse la cura è l’accettazione del problema, digerire il disagio, il male che tenta di divorarci.

L’ultima traccia dell’album lascia comunque tutto in sospeso. Delirium è un viaggio, una sorta di film. In certi casi la cura al male non si può trovare. Ogni canzone sembra aprire una porta di una stanza per farci toccare con mano una malattia diversa. Il disco crea proprio un luogo fisico. Il disco è il manicomio. Ascoltando certi brani immagini persone legate al letto, oppure piegate dal dolore su se stesse. Abbiamo voluto fare paragoni tra la vera malattia, la pazzia, l’amore e la dipendenza con ciò che ci accade nella vita quotidiana. Ad esempio, in You Love Me ‘Cause I Hate You – settima traccia dell’album – parliamo della sindrome di Stoccolma: ti innamori della persona che ti tiene prigioniero, accetti una relazione per te devastante ma di cui non riesci proprio a fare a meno. Attraverso le nuove canzoni raccontiamo anche esperienze che abbiamo vissuto in prima persona. Abbiamo utilizzato volutamente termini medici, legati a queste patologie, per rendere tutto più credibile.

Quindi c’è stata anche una ricerca dal punto di vista medico? Certo, non in modo approfondito, ma la nostra intenzione è stata subito quella di trattare l’argomento in modo serio. Abbiamo fatto una ricerca anche per capire ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, dai casi di depressione nelle nostre famiglie o che hanno colpito i nostri amici, alla visita di strutture anche più moderne che curano oggi le malattie mentali. Non volevamo essere superficiali, né ridicoli od offensivi. Non ci interessava trattare questi temi così delicati per avere un’immagine cool.

La batteria di Ryan Folden ha portato un bel cambiamento nel sound dei Lacuna Coil. L’entrata ufficiale di Ryan ha fatto la differenza. Anche se collaboriamo da tanti anni, questo è il primo album che registra con noi. É un batterista stilisticamente diverso, ha portato una ventata di freschezza che ha cambiato un po’ le carte in tavola.

E poi c’è la chitarra di Myles Kennedy degli Alter Bridge. La collaborazione con Myles nasce dall’amicizia che ci lega da tempo. Avevamo tante parti libere nelle canzoni, magari da destinare ad assoli di chitarra. Perché coinvolgere proprio lui? Perché molti non sanno che oltre ad essere un cantante eccezionale, è anche un chitarrista strepitoso. A dicembre 2015, mentre ci scambiavamo gli auguri di Natale, gli abbiamo chiesto, quasi per scherzo, di fare un assolo per una nostra canzone del nuovo disco. Con enorme sorpresa, ha detto subito sì. Non ce lo aspettavamo perché sappiamo quanto è impegnato. Gli abbiamo dato carta bianca e, tra tante demo, ha scelto Downfall. Volevamo che portasse la sua personalità. É stato bello vedere il suo entusiasmo.

Tra le varie collaborazioni, spicca anche quella con Mark Vollelunga dei Nothing More sulle note di Blood, Tears, Dust. Anche Mark ha scelto un brano che sentiva sulla propria pelle. Addirittura ha voluto aggiungere idee proprie al pezzo. Il suo è un grande assolo di chitarra. Volevamo uscire dal nostro solito cliché. Dopo sette dischi non è facile riuscire a rinnovarsi. Pensare al di fuori del solito schema e spingerci oltre sembrava un’impresa ardua. Ma abbiamo tentato: così, durante il lavoro in studio, se un suono ci usciva heavy, invece di ammortizzarlo nel nostro classico stile, lo lasciavamo grezzo. Anzi, lo spingevamo ancora di più, con batteria e voci più estreme. In altri brani, invece, quando il suono era più ricercato, cercavamo un arrangiamento più moderno. Ecco come sono nati i brani di Delirium. E questa libertà di pensiero, senza pensare a come sei stato fino a quel momento, ci ha portato a un suono più fresco, quello dei Lacuna Coil del 2016.

Qual è il brano che rappresenta meglio il mood dell’album? Più che un brano, c’è una frase: Take me for a ride, tratta da Take Me Home. L’album non ha infatti un brano simbolo, ma questa frase è per noi molto significativa. Perché il disco è da considerare come una traccia sola, un unico viaggio emozionale. É pensato come un film, con una canzone di apertura, The House Of Shame, che introduce nel labirinto, per poi chiudersi con Ultima Ratio, un tentativo di fuga che non si sa come va a finire. Delirium non vuole essere un insieme di singoli rimpolpati e mediocri, quanto piuttosto un percorso con brani di qualità che diano un senso alla storia. É un album completo, da godersi dall’inizio alla fine.

Con un disco così visionario, ricco di immagini suggestive, si potrebbe veramente realizzare un cortometraggio.
Ci abbiamo pensato, sai? Forse sarebbe meglio un musical, per vivere la musica live. Abbiamo curato molto l’artwork del disco, utilizzando colori molto freddi, asettici, atmosfere fastidiose ma terapeutiche allo stesso tempo. L’uso delle foto pulite, nude e crude, senza effetti, ha un suo significato profondo. Abbiamo guardato centinaia di foto di pazienti degli anni Trenta e Quaranta. I loro sguardi, l’estrema magrezza, le posizioni dei loro corpi che sembravano quasi fluttuare sui letti ci hanno ispirato. Tutto davvero più inquietante di un film horror! In questo caso la realtà, senza usare violenza, supera la finzione ed è molto più d’impatto.

Siete già in tour mondiale, cosa dovremo aspettarci in Italia?Sul palco cercheremo di trovare un equilibrio tra vecchio repertorio e nuovi brani. La set list sarà particolare, avremo poi un nuovo look e scenografie speciali. Durante i pezzi nuovi cercheremo di creare le atmosfere dell’album, saranno show più forti e inquietanti rispetto al passato. Sarebbe figo fare dei concerti nei manicomi, ma cadono a pezzi e potrebbe essere pericoloso. Forse solo in Germania sono ancora in buono stato. Chissà, magari un giorno ci riusciremo.

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