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L’imbarazzo: l’imprevisto più bello di Francesco Tricarico

Quando entro nella sala interviste della Sony, l’ufficio stampa mi dice che Francesco è una persona molto riflessiva. Una sensazione che avevo già avvertito ascoltando il suo ultimo album, L’imbarazzo, in uscita il 16 febbraio, in concomitanza con la sua partecipazione al 61° festival di Sanremo. Qui, Tricarico presenterà Tre colori, brano scritto da Fausto Malella.

Di Marcello Marabotti

Singolare che un cantante come te, da sempre legato a ‘cose più interiori’, sentimenti, sensazioni, emozioni, presenti una canzone come Tre colori, così limpida sull’Italia. È stata una scelta legata ai 150 anni dell’unità d’Italia?

Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel e autore del brano, ha fatto un grande lavoro, soprattutto musicalmente, tanto che la ricorrenza storica, il suo significato e il suo peso per me son venuti in un secondo momento. Quando il mio editore, Caterina Caselli, mi ha chiamato e mi ha fatto ascoltare il pezzo, son rimasto colpito – mi ha emozionato. Pura emotività: questo brano è magico, come una fiaba. Inoltre, mi dà la possibilità di essere “interprete”, un orizzonte nuovo per me.

Leggendo il testo della canzone si ha l’impressione che il messaggio sia quasi didattico, come se volesse trasmettere un ritratto dell’Italia e, soprattutto, della guerra.

Io penso che l’Italia sia un paese splendido. Nelle difficoltà, nello splendore, nelle bruttezze, siamo dei precorritori. Sempre, nel bene e nel male. Dobbiamo lavorare molto per trovare un’armonia, però penso che dall’unità possa nascere qualcosa di splendido: il messaggio che porta la canzone è racchiuso nell’immagine del padre che racconta la figlio la guerra, augurandosi che rimanga un gioco. La guerra come gioco può essere metafora di tante cose, perché se diventa reale diventa sangue e il sangue diventa dolore. Il messaggio che noi vorremmo trasmettere è che la storia abbia insegnato a non commettere sempre gli stessi errori. È un messaggio d’amore, d’insegnamento.

Parlando invece dell’altro brano che presenterai a Sanremo, L’italiano: hai scelto tu di riproporre lo storico singolo di Cotugno?

Mi è piaciuta perché mi ricorda l’82, è un ricordo sentimentale, ero molto giovane, avevo 11 anni. Credo che sia perfetta per il momento che stiamo vivendo, segnato da una crisi che ci sta segnando e in cui ci si è un po’ persi.  In questo momento è necessario trovare qualcosa che unisca: le due canzoni, Tre colori e L’italiano, vanno a cercare, nella storia la prima, con una cartolina legata all’Italia del dopoguerra la seconda, un motivo per tornare ad essere uniti.

Nella serata del 18 febbraio canterai con il coro di voci bianche “Si La So….l” dell’Istituto Comprensivo Sanremo Foce; nel 2000 esordivi con Io sono Francesco: a distanza di 10 anni, è come se il cerchio si chiudesse.

(Sorride.) Quando ho iniziato a suonare, non mi sarei mai aspettato tutto questo. Per 10 anni ho potuto far questo lavoro, vivo di questo. Ho scritto anche una canzone per Celentano (La situazione non è buona). Certo, poi ci son stati degli imprevisti negativi, ma è naturale: tutto quello che verrà è l’imprevisto, quello che è successo non lo è più.

Anche musicalmente, L’imbarazzo suona diverso dal tuo singolo d’esordio e dalle sonorità che ti hanno accompagnato in questi dieci anni. Questo disco sembra pià acustico, molto più rock. È dovuto alla scelta di aver due produttori?

Si sono cambiato anche in questo: negli anni ho cambiato con diverse produzioni, cercando nuovi suoni, la mia dimensione. In questo progetto ho voluto dei suoni che più si adattassero ai produttori, Ferdinando Arnò e Massimo Martellotta. È stato importante avere due produzioni, due suoni diversi: abbiam trovato un risultato di più eterogeneo, fatto da due mondi diversi legati dalla mia scrittura, con il grande aiuto che ha dato il mio editore, Caterina Caselli, con cui ci siamo confrontati. Pensandoci bene, L’imbarazzo è l’imprevisto più bello.


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