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Celebration: La bellezza di Nevermind

Il 24 settembre 1991 usciva Nevermind, secondo disco dei Nirvana, fino a quel momento semisconosciuti fuori dal recinto casalingo di Seattle. Nessuno, allora, immaginava la portata di quell’album, che sarebbe diventato in pochi mesi un bestseller e negli anni successivi una pietra miliare nella storia del rock. A vent’anni esatti da quel giorno celebriamo il principale motivo del successo planetario di Nevermind: la bellezza.

Conservo ancora la copia di Nevermind in cassetta che comprai nel 1992. L’album era uscito negli Stati Uniti l’anno precedente, ma c’era voluto qualche mese prima che la sponda orientale dell’Atlantico se ne accorgesse. Naturalmente a distanza di poco tempo ho acquistato anche il cd (che sono diventati due quando la copia #1 si è letteralmente consumata) ma non ho mai pensato neanche per un istante di privarmi di quell’oggetto rettangolare. E’ così poco ingombrante. E poi quel formato obsoleto – alla rivoluzione digitale i veri feticisti reagiscono con il vinile – mi ha sempre rassicurato sull’importanza del suo contenuto. Le musicassette mi ricordano un’epoca in cui gli album contavano più dei singoli ed erano l’unità di misura musicale. Quanta più bellezza c’era dentro un disco, tanto più l’artista valeva, piaceva e vendeva. Non sono sicuro che funzioni ancora esattamente così. Temo anzi che la regola sia diventata eccezione. E così quella cassetta mi aiuta a ricordare quanta bellezza ci sia nel bimbo che insegue il dollaro sott’acqua.

Nevermind è diventato una pietra miliare del rock e della musica tutta perché è un disco di grandi canzoni. Al netto del mito di Kurt Cobain – gonfiato dalla sua tragica esistenza – della rivoluzione grunge, dei video dissacranti, il secondo album dei Nirvana è un capolavoro assoluto in termini prettamente musicali. Cito qualche suo compare: Sgt. Peppers dei Beatles, Bitches Brew di Miles Davis, The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd, Thriller di Michael Jackson. Furono estratti quattro singoli (Smells Like Teen Spirit, Come as You Are, In Bloom, Lithium) ma avrebbero potuto essere dodici, cioè tutti. Prima e dopo Nevermind, i Nirvana non hanno mai raggiunto gli stessi livelli di bellezza, prima e dopo Nevermind altre band hanno pubblicato capolavori di estetica grunge restando lontanissimi dalla creatura di Kurt Cobain. Possiamo girarci intorno, fare esercizio intellettuale e tirarci tutte le pippe che vogliamo, ma la sostanza non cambia. Nevermind non avrebbe venduto trenta milioni di copie (100.000 era la previsione «ottimistica» dei discografici della Geffen) se non avesse contenuto tanta meraviglia. Una donna talmente bella da rendere superfluo il più prezioso dei vestiti.

In questa esplosione di bellezza, l’artificiere è Kurt Cobain. Ho sempre pensato che Nevermind fosse nato dal mash up tra l’innocenza e la disperazione che abitavano le viscere del ragazzo di Aberdeen. Una scintilla fatale per Kurt, un miracolo per la musica. Qualcuno – commentando il successo dei Foo Fighters – si è chiesto cosa sarebbero stati i Nirvana se Cobain avesse lasciato partecipare Dave Grohl alla composizione. Senza nulla togliere al vecchio Dave – che Dio ce lo conservi a lungo in questo stato – credo che i Foo Fighters non sarebbero mai neanche esistiti se Grohl non avesse conosciuto Kurt Cobain.

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