Notizie

Il (bellissimo) nuovo disco dei Radiohead spiegato canzone per canzone

nuovo disco Radiohead

Una lunga attesa, qualche trovata di marketing, infine la pubblicazione. Del nuovo disco dei Radiohead si parlava da tanto tempo e adesso che è online è giunto il momento di ascoltarlo e capirlo – perchè tutto è tranne che un disco semplice. Dopo averlo recensito in maniera decisamente lusinghiera, analizziamo A Moon Shaped Pool canzone per canzone. Per scoprirne la genesi, i tesori nascosti e rendergli (nuovamente) il dovuto omaggio.

BURN THE WITCH
Persino il Guardian si è sentito in dovere di spiegare lo spessore compositivo della prima canzone pubblicata online dai Radiohed. La parte orchestrale è molto meno semplice di quanto possa sembrare a un primo ascolto, c’è dentro tutta la passione di Jonny Greenwood per i compositori contemporanei e sceglierla come apripista è un gesto piuttosto radicale. Niente di rivoluzionario, apparentemente: un brano drum machine, basso synth e orchestra. Ascoltandola con orecchio più attento si capisce quanto voce e strumentale siano intrecciati fra loro: i violoncelli all’inizio della seconda strofa si distaccano dall’orchestra e accompagnano il cantato, la batteria elettronica esita sulle parole “Do not react” – non reagire. Il testo, poi, fa riferimento al piattume emotivo nella società contemporanea e alla facile aggressività da tastiera: stare nell’ombra, sorridere al pubblico cappio (i media, i social), cantare le canzoni da jukebox che inneggiano al bruciare la strega, ciò di cui si ha paura, il diverso. E l’uccellino ci ricorda tanto un famoso logo.

DAYDREAMING
L’architrave di questo brano sta nell’incedere di un pianoforte molto malinconico, che suona incessantemente dall’inizio alla fine. Intorno a questo strumento fluttua musica elettronica rarefatta e voci in reverse, che si riveleranno essere un elemento chiave della canzone perché, verso il finale, scandiranno le parole “Efil ym fo flaH”, ovvero “half of my life” al contrario, a conferma del fatto che questa ci sembra a tutti gli effetti una canzone incentrata sulla separazione fra Thom Yorke e la sua compagna. Sempre sul finale, rifà capolino l’orchestra, con degli interventi che fanno eco alle voci e un’inquietante violoncello a scandire le ultime frasi.

DECKS DARK
È uno di quei brani che non rimarrà nella storia dei Radiohead, eppure contiene la summa di tutti i loro linguaggi, che rappresenta la foto più lucida di dove e cosa sono gli inglesi oggi. Una nube di arpeggi di chitarre in delay fa spazio ad una drum machine. La voce entra all’unisono con il pianoforte, di lì a poco entrano tutti gli altri strumenti. La nube cresce alimentata da un coro, a metà brano si svuota e i Radiohead tornano ad essere una “normale” band a cinque strumenti, prima che la nube ritorni e inghiotta tutto di nuovo. Il testo sembra riprendere il celebre motto anarchico “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Scusate se è poco. Parentesi nerd: nella seconda parte, la chitarra lascia il posto al solo suono del suo riverbero a molle. Dopo averlo sentito ho comprato il disco all’istante.

DESERT ISLAND DISK 
Il titolo si ispira al gioco “Quali dischi porteresti sull’isola deserta?”, che in Gran Bretagna ha un famoso talk show dedicato sul canale 4 della radio della BBC. Una cassa scandisce il tempo, parte una chitarra acustica accompagnata da eco di archi lontanissimi. Se ad un tratto avesse fatto capolino la voce di Nick Drake non mi sarei stupito. È ovviamente Thom Yorke a parlare di una rinascita, di “vento che corre nel suo cuore aperto”, di un “risveglio dopo un arresto, dopo mille anni di sonno” e che “sono possibili altri tipi di amore”. Anche in questo brano gli interventi degli strumenti, le due chitarre in particolare e i loro riverberi spaziali seguono il testo e ne sottolineano i passaggi. Il crescendo finale si interrompe un attimo prima di raggiungere le stelle.

FUL STOP
È il brano che divide l’album ed è quello che si distacca di più sul piano stilistico. Una sezione ritmica compressa ed effettata fa da base a delle incursioni di un suono di synth impazzito. L’ingresso dei fiati rimette ordine al tutto, fino all’ingresso della resto della band, il cui incedere ricorda  Jigsaw Falling Into Place e accompagna le parole “Truth will mess you up – All the good times”, ossia “la verità rovinerà tutti i bei momenti”. Sul finale di nuovo l’orchestra: stavolta solo pochi archi le cui salite vertiginose aumentano il senso di alienazione che lascia questa canzone.

GLASS EYES
Come da tradizione, ogni album dei Radiohead ha almeno una ballata intimistica: Glass Eyes è un capolavoro assoluto di ispirazione. Piano, voce e orchestra e qualche piccolo inserto elettronico. Potrebbe benissimo essere un brano di Björk, intenso e onesto nei sentimenti che suscita. Di nuovo la frase finale parla da sé: “I feel this love turn cold”.

IDENTIKIT
È un brano dalla struttura particolare, un unico ritornello centrale che tiene in equilibrio due strofe lunghe. La batteria descrive un tempo che sembra rivoltarsi su se stesso in continuazione, accompagnato da un arpeggio di chitarra e dalla voce lontana di Yorke, che si scoprirà essere soltanto un coro. La vera linea vocale entra poco dopo e ci porta al ritornello, quando entra anche il basso e che viene ripetuto doppiato da una tastiera synth e da un coro che fanno suonare tutto molto indie (vengono in mente MGMT e Bon Iver) e molto poco Radiohead. Si ritorna sulla strofa, la chitarra elettrica diventa molto più centrale e descrittiva e ci porta per mano alla fine del brano.

THE NUMBERS
Canzone folk piuttosto classica, con evidenti echi di Neil Young, anche se il sottobosco di suoni che impreziosisce tutto il brano e il cambio armonico sul primo ritornello sono squisitamente Radiohead e talmente belli che fanno piangere. Il piano solista si alterna in un botta e risposta con la voce, l’orchestra rende epica la seconda strofa e il brano si chiude con gli stessi suoni con cui si è aperto. La canzone “naturalista” che Yorke non avrebbe mai voluto scrivere per paura che “risultasse una m***a” a noi sembra uno dei pezzi meglio riusciti del disco.

PRESENT TENSE
I Radiohead che si cimentano con la samba? Per quanto la cosa possa intimorire, il risultato è molto felice e si respira un’allegria abbastanza inedita per la band dell’Oxfordshire. Tom chiede “Keep it light and keep it moving” – tieniti leggero e resta in movimento, e la melodia trasmette una sorprendente serenità mentre canta le parole “In you I’m lost”.

TINKER TAILOR SOLDIER SAILOR RICH MAN POOR MAN BEGGAR MAN THIEF
Ritroviamo i Radiohead di Kid A e Amnesiac in tutto il loro splendore, ma anche la loro natura di rock band “classica” insieme alle importanti orchestrazioni che contraddistinguono A Moon Shaped Pool. Potrebbe essere idealmente la seconda canzone pensata come colonna sonora per un film di James Bond (dopo quella Spectre composta dai Radiohead e scartata in favore del brano di Sam Smith). È forse un caso che il titolo riprenda il nome di un film di spionaggio (Thinker Taylor Soldier Spy) che venne nominato agli Oscar e non vinse? Un sequencer molto cupo inaugura il brano, un piano synth attende l’ingresso della voce per dare forma alla canzone che con l’ingresso di tutti gli altri strumenti vira su atmosfere trip-hop, fino all’ingresso degli archi che portano il brano da tutt’altra parte e lo accompagnano con le loro fughe fino alla fine, disturbate da delle magnifiche sub-sonorità elettroniche.

TRUE LOVE WAITS
È una delle canzoni più vecchie dei Radiohead, datata 1995. Avevano provato a registrarla durante le sessioni di Kid A e Amnesiac, ma senza raggiungere un risultato soddisfacente. Era finita però nei live recordings ufficiali I Might Be Wrong. L’ispirazione è ai massimi livelli. La voce è prima accompagnata da un piano, poi sommersa da un secondo pianoforte; si rompe quando Yorke canta “Your tiny hands”. Non c’è nient’altro e sembra non esserci bisogno di altro. Ascoltarla nel 2016 pensando alla relazione finita del leader dei Radiohead non può non suggestionarci. Il disco si conclude con una lunga coda di piano, una strana ritmica ad accompagnarla (sembrano degli archi o delle percussioni) e ci lascia sospesi, con gli occhi sgranati, cercando di capire quale cosa incredibile abbia realizzato questa band e come abbia fatto

Commenti

Commenti

Condivisioni