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Patti Smith in tour in Italia con Banga: Qui mi sento a casa

Patti Smith è in Italia per presentare dal vivo Banga – il suo primo disco di inediti dopo 8 anni, uscito a giugno – e parlare del tour di dieci concerti nel nostro paese, tutti a luglio. Entra a Palazzo Isimbardi con 45 minuti di ritardo, ma la colpa non è sua.

Patti Smith Tour Italia BangaMilano, 13 luglio 2012. Patti Smith è in Italia per presentare dal vivo Banga – il suo primo disco di inediti dopo 8 anni, uscito a giugno – e parlare del tour di dieci concerti nel nostro paese, tutti a luglio (leggi le date dei concerti). Entra a Palazzo Isimbardi con 45 minuti di ritardo, ma la colpa non è sua. I politici della Provincia di Milano, di cui l’elegante costruzione è sede, hanno occupato la sala dedicata alla conferenza stampa per un tempo più lungo del previsto. Con il solito aspetto leggermente trasandato e quel sorriso cortese sulle labbra, Patti arriva accompagnata da una traduttrice e si siede al centro del tavolo, a fianco di inopportuni ma (per fortuna) stavolta innoqui assessori. «Finalmente sono a Milano, in Italia. Qui mi sento a casa. Non vedevo l’ora di arrivare, dopo un tour lungo e difficile». La Sacerdotessa guida la discussione verso la tournèe, ancora prima che i tanti giornalisti presenti le abbiano rivolto qualche domanda. «Sto suonando tantissimo e sono contenta, ma con così tanti concerti ravvicinati lo stile di vita è davvero duro. Anche i miei musicisti sono felici di essere qui – scherza – perchè sanno che mangeranno bene».

Inevitabilmente, la parola spetta ai quotidianisti. Per carità, fanno il loro lavoro, ma grazie al cielo le risposte di Patti sono di gran lunga più ispirate delle domande. Partendo dalla discutibile tesi che i concerti dei Grandi Vecchi che Milano sta ospitando quest’estate, da Joan Baez a BB King fino a quel che resta dei Doors, siano pieni di giovani (evidentemente non ci sono andati a quei concerti, i signori dei quotidiani, perché di giovani se ne sono visti pochi), le chiedono “perché c’è tanta voglia di anni Sessanta e Settanta”. La risposta di Patti è una concisa analisi socio-culturale di due momenti storici di grande cambiamento. «I giovani cercano risposte ai propri interrogativi. Allora era lo stesso, non c’era grande benessere e i soldi, per noi musicisti, non sono mai stati importanti. Ci interessavano valori come la fratellanza e la pace, volevamo lasciarci alle spalle un periodo di materialismo sfrenato. Oggi mi sembra che accada lo stesso e forse è per questo che i musicisti di quell’epoca sono ancora dei riferimenti».

Patti ha l’esperienza e la sensibilità per sapere cosa rende un concerto speciale. «Dipende tutto dalla gente. L’energia che sprigiona il pubblico è la chiave di un grande spettacolo. Io posso essere più o meno ispirata, ci possono o non possono essere problemi tecnici e cose del genere. Ma è sempre la gente a fare la differenza». Applausi. Ideali, perché in un contesto del genere sembra quasi brutto. Però, le fanno notare, ci sono show speciali per le premesse, come quello di Bologna in ricordo delle vittime di Ustica (15 luglio) e quello di Viareggio al Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber (21 luglio). «Alcuni concerti sono speciali perché uniscono le persone. A Bologna voglio portare la mia solidarietà ai familiari delle vittime di quella strage. È una tragedia senza risposte e quando i Governi non sono in grado di dare risposte, di fare giustizia, le persone rispondono con la solidarietà. Per quanto riguarda Gaber, stimo il suo coraggio, la libertà di pensiero con cui ha affrontato i grandi temi della vita». Conoscevo il carisma della voce di Patti come musicista. Ma non l’avevo mai sentita parlare, dal vivo, e sono incantato dalla sua prosa. È meravigliosa, anche laddove chiunque altro risulterebbe retorico.

Si parla di Banga solo quando le chiedono della tragedia della Costa Concordia, nave su cui la Sacerdotessa ha (casualmente dice lei, che in crociera non c’è mai stata) composto una parte dei nuovi brani. E poi delle collaborazioni con i figli. «Sono entrambi ottimi musicisti, migliori di me, e sarebbero certamente pronti per accompagnarmi in tour. Jackson è un bravissimo chitarrista, il suo assolo in Maria è bellissimo. E Jesse è altrettanto brava come pianista. Ma per il momento l’unico tour a cui pensiamo insieme è quello che faremo qui in Italia alla fine della tournèe, per visitare le meraviglie del vostro paese». C’è il tempo per parlare anche di Michael Stipe, con Patti come bassista ai tempi del primo concerto a Villa Arconati («È sempre il benvenuto, ma è molto preso dalla scultura») e di Johnny Depp, ospite di Banga («Ha ispirato uno dei miei brani preferiti, Nine, suonando la batteria. Siamo molto amici, parliamo soprattutto di letteratura).

Patti Smith è rock e poesia insieme. Come i grandi miti dell’Età dell’Oro. «Alla fine degli anni Sessanta, il rock ha cominciato ad interessarsi alla poesia. Penso a Jimi Hendrix e soprattutto a Jim Morrison. Lui nasceva come poeta, era il suo istinto, ma aveva una naturale propensione alla performance. Credo valga anche per me, anche se quando faccio un disco non penso a tutte queste cose ma solo a fare del mio meglio per comunicare con la gente». C’è tempo per qualche altra domanda prima che la conferenza finisca, ma in queste parole c’è tutto quello che si doveva ascoltare.

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