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Pearl Jam Twenty, ieri sera la proiezione al cinema. Il nostro giudizio.

Ieri, 20 settembre, il circuito di cinema The Space ha proiettato il documentario Pearl Jam Twenty di Cameron Crowe. Un bellissimo racconto dei 20 anni di carriera della band di Seattle. Purtroppo era l’unica in occasione di vederlo al cinema. Onstage, naturalmente, c’era.

La storia dei Pearl Jam è un romanzo. Anzi un film. Non poteva che essere un regista cinematografico a metterla su pellicola, temo che qualunque altro esperimento si sarebbe rivelato fallimentare. Oltretutto Cameron Crowe con la musica, con il rock, ha una particolare confidenza. Ha esordito come giornalista musicale a 16 anni proprio a Seattle, dove ha girato il suo secondo film (Singles, del 1992, narrava di un gruppo di giovani e vanta brevi apparizioni dei membri dei Pearl Jam), poi ha vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura originale con una pellicola, Almost Famous, in cui si racconta la storia di un precoce giornalista che ancora adolescente segue in tour una rock band per conto di Rolling Stone. Crowe ha con il rock una confidenza assoluta e conosce i Pearl Jam da quando hanno iniziato.
Pearl Jam Twenty non è un documentario sulla ventennale storia della band, è un film sulla vita dei Pearl Jam come esseri umani dentro una band. Una storia di amicizia e rispetto, ma anche di dissensi, gelosie e frustrazioni. Il grande merito del regista è quello di essersi messo da parte, lasciando che gli spettatori salissero sull’altalena di emozioni su cui Eddie e soci si sono dondolati per tutti questi anni. Non ha proposto la sua personale visione dei Pearl Jam – che avrebbe reso PJ20 nient’altro che un tributo ad uno dei più grandi gruppi rock di sempre – filtrando il contatto tra band e pubblico. Anzi, ha fatto in modo che la gente si possa avvicinare alla band più di quanto già non sia accaduto in questi vent’anni. Durante la proiezione ho avuto una costante sensazione di familiarità. Mi sono commosso, ho riso e cantato. L’applauso che è venuto fuori spontaneo al termine è quello che solitamente si riserva a una rappresentazione teratrale, a un concerto. A un evento dal vivo.
L’esordio dei Mother Love Bone di Stone Gossard e Jeff Ament, la morte dell’amatissimo frontman Andy Wood, l’arrivo di Eddie Vedder, i primi concerti dei Pearl Jam, il rapido successo e la confidenza con la popolarità, la morte di Kurt Cobain, i problemi incontrati lungo il percorso (come la battaglia contro Ticketmaster), il dramma di Roskilde del 2000 (in cui morirono 9 persone proprio sotto gli occhi di Eddie&co.), l’attivismo politico. Le immagini recenti e i bellissimi filmati di repertorio (quello che ritrae il secondo concerto in assoluto dei PJ a Seattle è davvero fenomenale) riportano sempre allo stesso punto: chi siamo e cosa stiamo facendo. Se lo chiedono i singoli membri della band, ma la domanda serpeggia lontano dalla luce dei riflettori durante ogni istante delle due ore di Pearl Jam Twenty.
Anche la colonna sonora (un mast-have per i fan) è curata da Cameron Crowe, e segue lo stesso flusso del film. C’è tutta la storia musicale dei Pearl Jam (dal vivo) ma non sono state scelte per forza le migliori performance in termini artistici e acustici. Sono quelle, nella testa del regista, più significative. La storia di Eddie, Stone, Mike, Jeff e Matt (il batterista degli ultimi 15 anni) è talmente densa di significato che per rendergli omaggio non si poteva che puntare sulla sostanza. Per la forma, rivolgersi altrove.

Clicca qui per ascoltare la colonna sonora di Pearl Jam Twenty in streaming.

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