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Perché i biglietti dei concerti sono così cari, spiegato da sette addetti ai lavori

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di Redazione
Foto di Foto di Francesco Prandoni - Interviste di Alvise Losi

Se c’è una cosa sulla quale chi va ai concerti non smetterà mai di lamentarsi, quella è il prezzo dei biglietti. Perché sono sempre e comunque troppo cari. Che costino 20, 50 o 100 euro uno spettatore ambirà sempre a pagare meno. E in caso di evento gratis il problema sarà il prezzo della birra o del panino. D’altronde è sport tipico del nostro Paese lamentarsi a prescindere. Ma, se vi state chiedendo perché i biglietti dei concerti siano tanto cari, per proseguire il nostro viaggio ravvicinato nel mondo della musica, lo abbiamo chiesto a sette addetti ai lavori. E queste sono state le loro risposte.

Walter Mameli – manager e produttore di Cesare Cremonini
«Questi discorsi sono stati fatti in passato anche relativamente ai prezzi degli album. Non si pensava per esempio che un album viene scritto e prodotto in due anni e che in quei due anni c’è dietro il lavoro di decine di persone. Il mercato illegale ha poi comportato una diminuzione dei costi a discapito della qualità. Così oggi l’asse dell’economia di un artista si è spostato sul live, perché non è replicabile. Per noi fino a qualche anno fa il live era semplicemente un canale di promozione. Non guadagnavamo. Oggi è completamente diverso: se il live è fatto in un certo modo aiuta anche la discografica. Chiaro però che più in alto lavori, meno date potrai fare, perché se fai i palazzetti non potrai fare 250 date in un anno. Lo abbiamo fatto in passato con Cesare: ha fatto una gavetta che è stata messa a frutto, dalla fine dei Lunapop fino a qualche anno fa, con molta umiltà ma anche tanta quantità. Dare sempre il massimo anche in location che sembravano non meritare è stato un punto fermo. Sicuramente su questo tema c’è disinformazione, ma del resto non si capisce perché il pubblico dovrebbe essere informato. Il pubblico vuole semplicemente pagare il meno possibile e sarà sempre così».

Mimmo D’Alessandro – fondatore di D’Alessandro e Galli
«Il pubblico non è consapevole degli enormi sacrifici che ci sono dietro all’organizzazione di un live e le spese che sono quasi impensabili. Un palco può arrivare a costare 400mila euro e l’intera produzione anche due milioni per un solo concerto. A volte anche con gli amici smetto di spiegarlo perché non ci crederebbero nemmeno. Io stesso fino a poco tempo fa mi lamentavo per il prezzo dei biglietti, ma esiste un discorso di domanda e offerta. Come quando vai in albergo, la stessa struttura ti può costare in modo diverso in base al periodo dell’anno. E così gli aerei. E poi gli artisti costano sempre di più, anche perché guadagnano meno dagli album. Una volta volevamo tutti la musica gratis, ora invece sta nell’ambito del business dello spettacolo: non solo la musica leggera, anche la lirica alla Scala o una partita di calcio. D’altronde è vero che se la richiesta per un certo artista è altissima, perché io non dovrei alzare il prezzo? Io non lo faccio e non sono d’accordo, ma il mercato funziona così ed è un discorso inattaccabile. Poi comunque bisogna sempre ricordare che di solito il biglietto più economico è a cifre accettabili. E per quanto uno possa essere contrario funziona così, si sta creando una polarizzazione: ormai la gente preferisce andare a un solo concerto spendendo 100 euro piuttosto che tre volte spendendo 30 euro ciascuna e infatti i concerti enormi si riempiono mentre quelli medio-piccoli fanno fatica a vendere tanti biglietti, nonostante costino meno».

Claudio Trotta – fondatore di Barley Arts
«È una lamentela che sento spesso e che ho subito anche recentemente per i biglietti di Bruce Springsteen. Posso anche ammettere che a volte i prezzi siano troppo alti, ma il pubblico non è affatto consapevole di quello che c’è dietro e del costo della macchina organizzativa di un grande evento live. Ma non è che un live in un club sia economico, tra attrezzature, tecnici, sicurezza e cachet dell’artista. Aggiungo che solo una minima parte degli incassi finisce nelle tasche di chi organizza, che d’altra parte è l’unico a rischiare di perderci soldi qualora il concerto vada male».

Roberto De Luca – presidente di Live Nation Italia
«Trovo illogico parlare di biglietti cari. Partiamo dai costi che bisogna sostenere. Oltre al cachet dell’artista, alla sicurezza, ai tecnici, alle attrezzature, mi permetto di fare un esempio: un palazzetto o uno stadio hanno un costo che non varia per un evento musicale o uno sportivo, però nel secondo caso si possono riempire tutti gli spalti mentre nel primo un intero lato è invenduto perché inutilizzabile. E non si pensi che i posti del parterre pareggino la differenza. Qualcuno ha mai pensato a questo? E poi non dimentichiamo mai che si tratta di mercato e di domanda e offerta».

Stefano Dal Vecchio – direttore di produzione, Barley Arts
«La lamentela ci sarà sempre. Perché un po’ è anche nell’indole italiana: ci si lamenta del concerto come del biglietto del tram. Anche io da italiano ho a volte questa indole. Ma bisognerebbe fermarsi e pensare: “ma che lavoro c’è dietro?”. Per esempio ci sono concerti per i quali devi lavorare da 15 giorni prima. A Imola per gli AC/DC per esempio è stata una produzione che è iniziata il 1 luglio ed è finita il 13 luglio, mentre il concerto era solo il 9 luglio. Poi si può discutere sul fatto che il guadagno sia troppo alto o troppo basso, ma onestamente non mi sembra ci sia una cultura che porti gli spettatori a informarsi per capire cosa c’è dietro. C’è tanta gente che va magari solo a due concerti all’anno: manca la cultura della musica, cosa che anche in altri Paesi sta calando. Bisogna capire che non c’è solo l’artista sul palco, ma tante grandi cose e tanti dettagli, che magari non sono nemmeno compresi nel prezzo».

Danilo Zuffi – direttore di produzione, Live Nation
«Mi limito a fare un esempio: a San Siro anche se fai sold out (e quindi parliamo di 60mila al massimo), l’organizzatore paga 4 o 5mila euro al giorno solo di luci di servizio. Aggiungiamo una settimana di lavoro con migliaia di persone all’opera. E questa è solo la punta dell’iceberg».

Riccardo Vitanza – fondatore ufficio stampa Parole e Dintorni
«Mi sembra una polemica pretestuosa: non considero alti i prezzi dei biglietti. La gente vede solo l’elemento finale, ma temo non abbia consapevolezza della filiera, che è quasi sempre lunga, articolata e costosa. Uno vede il palco e l’artista e non si immagina quanti milioni di euro possa costare quella stessa produzione. Anche perché più è grande la location e più di solito è costosa la produzione che però va spalmata su meno date, perché per esempio negli stadi puoi fare al massimo un certo numero di date, molto inferiore rispetto ai palazzetti. Quindi è vero che negli stadi porti più persone e guadagni di più, ma hai anche speso di più. Oltre ai costi impressionanti di produzione, ci sono poi quelli della sicurezza che negli ultimi anni è stata molto più regolamentata e di conseguenza è diventata più costosa e gli organizzatori spendono tanti soldi perché il pubblico non corra rischi. Poi ci sono le tasse. E non dimentichiamoci di quanti soldi chiedano gli artisti. Più che gli italiani, gli stranieri vogliono un sacco di soldi. E spesso ragionano sui sold out, dando per scontato di farlo, quindi tu devi mettere in conto di pagare un cachet sulla base di un tutto esaurito. Alla fine di tutto questo al promoter rimangono davvero pochi soldi. Pochi intendo rispetto alle cifre in ballo, ma non è infrequente che su una produzione da stadio del costo di svariati milioni di euro alla fine al promoter restino poche decine di migliaia di euro. Non dico siano pochi in assoluto, ma di certo meno di quanto uno spettatore immagini. E poi l’ultima cosa da dire è che la qualità si paga: non si può immaginare di spendere poco per il proprio artista preferito. Questo non significa che si debbano mettere fuori biglietti a cifre folli, ma oggi non mi sembra che i prezzi dei concerti abbiano cifre così elevate. Basta guardare all’estero quanto costano».

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