Recensione concerto Daniel Johnston Roma Piper Club 23 aprile 2012

Recensione concerto Daniel Johnston Roma Piper 2012Roma, 23 aprile 2012. Daniel Johnston sale sul palco del Piper per iniziare il suo concerto. T-shirt xxl con uno dei suoi disegni sopra, pantaloni di una tuta indossati a rovescio, una particolarissima chitarra acustica in mano. Sguardo basso, la voce è la stessa di sempre, acuta, nasale, resa meno comprensibile dalla mancanza di qualche dente. Saluta, poggia il suo inseparabile quadernone sul leggio e inizia a cantare. «Hi, how are you these days?». Uno spettatore occasionale non riuscirebbe a chiamarla musica. Un canto incerto, stridulo, la chitarra suonata con una foga disperata, incespicando, sbagliando accordi, tradendo un’emotività impossibile da gestire. Eppure l’applauso dopo Lost In My Infinite Memory è grandissimo, un’ovazione. Il pubblico di stasera è tutt’altro che occasionale. Sono amici che lo aspettano da tanto tempo, da otto anni ormai. Per ben due volte i suoi concerti annunciati in Italia sono stati annullati all’ultimo momento. Stavolta no, è sul palco di fronte a loro, e già per questo merita degli applausi.

Assistiamo all’esibizione del più fragile eroe della controcultura musicale americana. Come da prassi nei suoi concerti, dopo pochi brani viene raggiunto sul palco da una band di musicisti locali messa insieme per l’occasione (piena di ospiti d’eccezione provenienti dai The Jacqueries e da I Cani, insieme con Fabrizio Cammarata and the Second Grace, convocati ad aprire la serata), con i quali rivisita il meglio del suo vastissimo repertorio. Casper The Friendly Ghost, The Beatles, Speeding Motorcycle, Life In Vain e un’esplosiva Rock’n Roll a chiudere la breve scaletta, portata alla fine quasi allo stremo delle forze. Due i bis, Devil Town cantata a cappella e, accompagnato da Fabrizio Cammarata, True Love Will Find You In The End, senza dubbio la canzone-manifesto della carriera del cantautore più atipico con il quale il mainstream si sia dovuto relazionare, mantenendone sempre, volente o nolente, le debite distanze.

Al banco del merchandise, solo poster, gadget, i suoi disegni autografati e la famosa maglietta con la rana, indossata anche da Kurt Cobain. Nessuno dei suoi dischi in vendita e a pensarci non è così strano: Daniel raggiunse la notorietà anche grazie al fatto che regalava ai suoi amici le cassette sulle quali registrava quasi senza sosta le sue canzoni. Non voleva essere pagato, voleva solo attenzione, chiedeva “La ascolterai? Davvero?” Sì, Daniel.