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Recensione concerto I Cani Piper Club, Roma, 29 febbraio 2012

I Cani tornano a Roma per quella che sarebbe dovuta essere la data conclusiva di un tour sorprendente (come il loro album d’esordio). Non lo è stata solo a causa delle altrettanto sorprendenti condizioni metereologiche di questo inizio anno, che li hanno costretti a riprogrammare due concerti, annullati a causa della neve. Un tour che ha registrato un sold out dietro l’altro nei migliori locali del Paese, iniziato lo scorso ottobre al Circolo degli Artisti di Roma, e che li ha visti crescere tanto da necessitare location più capienti per la sua seconda tornata. Il luogo scelto per la chiusura di questo ciclo è dunque lo storico Piper Club di Roma, di fronte allo splendido quartiere Coppedè, nella zona (guarda caso) dei Parioli. La lunga fila per entrare è una surreale materializzazione delle figure descritte nelle loro canzoni: le ragazze coi leggings, gli hipsters, i fuorisede, i falsi nerd con gli occhiali da nerd e soprattutto loro, i pariolini di diciott’anni.

La sala è già piena quando attaccano a suonare i Gazebo Penguins, trio emo-core emiliano chiamato a scaldare il pubblico de I Cani per la seconda volta in questo tour (la prima all’Estragon di Bologna), a suggello di una collaborazione che sarà immortalata in uno split album contenente un inedito di ciascuna band e una cover incrociata (Wes Anderson stravolta dai Penguins e Senza di te liquefatta da I Cani), che verrà pubblicato il 21 aprile in occasione del Record Store Day.

Fuori i pinguini, viene montata la scenografia de I Cani, tanto semplice quanto appropriata: sei specchi rivolti in sala. È il riflesso del pubblico ad occupare il palco, esattamente il pubblico intorno al quale si sviluppano le istantanee iperrealiste del loro disco. Come dire, ora tutto è compiuto.

Parte la sigla del Maurizio Costanzo Show e la band entra in scena. Dopo le prime note di Hipsteria sotto il palco già si scatena il pogo e alla prima strofa, si alza un coro di centinaia di persone che sanno tutto il testo a memoria. È qui che veniamo colti da un’illuminazione e capiamo il perché di tanto successo e anche della tanta antipatia (e invidia) suscitata: I Cani sono quanto di più punk abbia prodotto la cultura indie italiana da tanti anni a questa parte, li puoi solo amare o odiare. Cantano le storie di una nuova generazione no-future, forse la peggiore, quella che non ha prospettive e neanche lo sa e alla quale, cosa più grave, sono state offuscate le motivazioni per una reazione. Il concerto diventa quindi un momento catartico, quando più di mille persone gridano che “toglierebbero l’amicizia al 70% di quelli su facebook” ma che non lo fanno per non vedere diminuire il proprio impero, poiché è un impero in cui conta soprattutto essere presenti, i motivi non importano. La scaletta brucia in fretta dieci delle undici tracce del disco, il bis con I pariolini di diciott’anni provoca in sala l’effetto “singolone di successo” con tutti, proprio tutti a cantarla in coro. I Cani sono molto più che una chiacchiera da blog, c’è poco da dire. Fiore all’occhiello del concerto, oltre ad una Post Punk splendidamente eseguita, l’inattesa partecipazione di Max Pezzali, che ha regalato alla platea una versione nu-rave di Con un deca, come era già successo a Milano in occasione della festa per il numero 100 di Rolling Stone Italia.

 

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