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Recensione concerto Kasabian Milano Ippodromo 19 luglio 2012

Milano, Ippodromo, 19 luglio 2012. Il concerto dei Kasabian è uno degli appuntamenti più attesi dell’estate milanese. Merito di un singolo, Goodbye Kiss, che ha portato la band inglese all’attenzione di un pubblico più vasto di quello, già comunque numeroso, che ne aveva seguito il percorso fin dall’inizio.

Recensione Kasabian Milano 2012Milano, Ippodromo, 19 luglio 2012. Il concerto dei Kasabian è uno degli appuntamenti più attesi dell’estate milanese. Merito di un singolo, Goodbye Kiss, che ha portato la band inglese all’attenzione di un pubblico vasto – qualcuno direbbe “generalista”, ma è una definizione orrenda – più di quello, già comunque numeroso, che ne aveva seguito il percorso fin dall’inizio. Dal 2004 a oggi, la popolarità di Sergio Pizzorno e compagni è cresciuta con costanza, merito di una formula che al rock di area Led Zeppelin ha unito elettronica e suoni dance. Con l’ultimo disco, Velociraptor, il tono generale si è ammorbidito. «Ci piace l’idea di raggiungere un numero di persone più ampio» mi aveva raccontato Tom Meighan subito dopo l’uscita dell’album. A giudicare dal colpo d’occhio dell’Ippodromo, la missione sembra compiuta. Ad attenderli ci sono 8000 persone, il pubblico più numeroso di City Sound, rimpiazzo frettoloso di quel che fu il Milano Jazzin’ Festival. Tante, considerando il momento negativo dell’industria dei concerti e le altre quattro date dei Kasabian in Italia a luglio.

Il concerto parte puntuale alle 21.30. L’inizio non è dei migliori. Soprattutto per colpa del volume, troppo basso per un concerto rock. Anche all’Ippodromo, si rinnova il problema dei live all’aperto in Italia. Irritante. Finchè le orecchie non si abituano, e ci vorrà almeno una mezz’ora, sembra di stare a una sagra di paese con la band locale che suona in sottofondo. Non so se sia colpa degli organizzatori (impianto inadeguato) o delle regole che li costringono a tenere basso. Ma lo spettacolo ne risente, troppo. I Kasabian ci mettono del loro, cominciando piuttosto mestamente a dispetto di una scaletta che nei primi quattro pezzi conta tre singoli come Days Are Forgotten, Velociraptor e Underdog (leggi la scaletta). Da lì però comincia un crescendo che avrà i suoi momenti migliori in Club Foot, Re-Wired e, naturalmente Goodbye Kiss, e il suo culmine nel cosiddetto encore, con Switchblade Simes, Vlad The Impaler e Fire. Negli ultimi venti minuti di concerto l’asticella è sbilanciata verso l’elettronica, il suono diventa quasi techno e il pubblico balla, salta, suda. Una dimostrazione di quanto, live, i pezzi dei dischi più vecchi funzionino meglio.

Mi ha stupito la presenza vocale di Tom Meighan. Tecnicamente non è un vero cantante, e questo alla lunga potrebbe essere un limite per i Kasabian, ma la sua voce riesce comunque a trascinare il carrozzone – molto carina la versione acapella di She Loves You dei Beatles a fine show. Mi è piaciuto più di Sergio Pizzorno: Serge è l’autore di tutte le canzoni – quindi tanto di cappello – ma non è il chitarrista che manda in visibilio la folla con assoli e virtuosismi (manco mezzo). Anzi, l’impressione è che preferisca cantare più che suonare. In ogni caso anche lui, con quell’attillatissima maglia tigrata e il cappello alla Keith Richards, ha una presenza scenica importante (guarda le foto). Più di tutto, però, mi ha colpito il pubblico (e devo dire che è una costante di quest’estate). Oltre al gradimento per la musica dei Kasabian, ho notato una grande voglia di partecipare a qualcosa d’importante, di riconoscibile nei segni estetici come in quelli emotivi. Sono, siamo, orfani dei riferimenti musicali su cui altre generazioni, in passato, hanno potuto contare per riversare sogni, speranze e frustrazioni. Oggi al limite possiamo ambire a qualche ora di divertimento, che la band di Leicester ci ha dato. Vorremmo di più, ma ci accontentiamo.

Tirando le somme, i Kasabian hanno offerto uno spettacolo buono. Ma certo pensare che questo sia il gruppo del momento fa riflettere. Fa riflettere soprattutto la durata del concerto: un’ora e mezza precisa precisa di live, interrotto proprio quando tutti cominciavano a divertirsi sul serio. Forse è colpa degli orari imposti dagli organizzatori che a loro volta sono frenati dall’amministrazione locale, ma se una band vuole suonare di più trova il modo di farlo. Per esempio, chiede di cominciare prima. Sicuramente, invece, è colpa degli organizzatori l’indecente gestione dell’uscita. Migliaia di persone costrette ad infilarsi in un imbuto di pochi metri: una situazione surreale e davvero fastidiosa, oltre che pericolosa. Aprire un altro cancello all’Ippodromo è così difficile? Mah.

Twitter: @DanieleSalomone

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