Recensione concerto Marco Mengoni Milano Teatro Arcimboldi 19 aprile 2012

Recensione concerto Marco Mengoni Milano 2012Il concerto all’Arcimboldi di Milano è il primo del tour teatrale di Marco Mengoni. Una tournée che sarebbe dovuto partire a febbraio: era stata rimandata perché il vincitore di X-Factor 2009 aveva bisogno di tempo per ripensare la sua figura di artista. I live autunnali nei palazzetti, anche se positivi in termini di pubblico, gli avevano lasciato addosso una sensazione negativa. Sentiva di non aver intrapreso la strada giusta, di essersi allontanato dal pianeta Musica – spinto da “forze” a lui solo apparentemente vicine o semplicemente per un suo errore, visto che la regia dello show portava la sua firma. Balli, scenografie e altri trucchi penalizzano il suo talento musicale e anche il suo umore sul palco. Quindi perché non fermarsi e ripensare tutto?

Con l’aiuto di Elisa e del suo compagno Andrea Rigonat (ottimo musicista), Marco ha cambiato lo spettacolo muovendo sia in termini musicali che concettuali verso il rythm and blues, genere che calza meglio la sua vocalità e il suo modo di muoversi sul palco. Scenografia sobria e per questo elegante, con la band – due chitarre, basso, batteria, tastiere, due fiati – nel ruolo di protagonista, esibita invece che nascosta. Mengoni, in versione crooner, rinasce con questo tour. Anzi ringiovanisce. Era come artisticamente invecchiato, nonostante la sua carriera sia solo all’inzio. Non a caso il concerto comincia con un monologo in cui Marco immagina che le persone nascano vecchie e diventino giovani col passare del tempo, fino a passare gli ultimi 9 mesi della propria vita dentro la pancia della mamma, coccolati e riscaldati. “Il curioso caso di Marco Mengoni”, parafrasando la famosa pellicola di David Fincher. Evidentemento lo zaino che gli era stato caricato sulle spalle dopo X-Factor pesava troppo. Non dimentichiamoci che ha solo 23 anni. In questa crescita al contrario, siamo nel momento in cui le cose migliorano. Si va verso la gioventù.

Stati Uniti. È questo il riferimento del tour teatrale di Marco Mengoni. Nella prima parte dello show arriva la cover di quella Can’t Help Falling In Love With You che Elvis ha reso immortale negli anni Sessanta. Nel momento centrale, uno dei due medley della serata è interamente composto da pezzi pubblicata dalla Motown, storica etichetta di Detroit che lanciò, tra gli altri, Marvin Gaye e Stevie Wonder. Nella seconda parte, con una notevole versione di Rehab, Mengoni rende omaggio alla compianta Amy Winehouse – la più americana delle cantanti inglesi. Una svolta brusca, e per il momento va bene così.

Ce lo aveva anticipato che questo tour sarebbe andato nella direzione dell’r'n’b (clicca qui per la nostra intervista) e per quanto ho visto ieri sera la scelta è vincente. Come disse Lucio Dalla, il talento di Mengoni è straordinario, deve solo essere messo nelle condizioni di esprimersi. Il problema attuale di Marco è che buona parte del suo repertorio, comunque apprezzatissimo dal pubblico (quasi interamente composto da donne, dai 5 ai 50 anni), è ancora pieno di musiche che c’entrano poco con la nuova direzione. Ha solo bisogno di tempo – magari di un altro disco subito – per tracciare in modo ancora più deciso il suo cammino. Buon per lui, perché il tempo è galantuomo.

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