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Recensione concerto Tune-Yards Lanificio 159, Roma, 3 marzo 2012

Esco dal concerto dei Tune-Yards sconvolto. È uno di quei rari casi (ormai) in cui l’energia ricevuta dall’esibizione è talmente tanta che è difficile imbrigliarla nelle parole. Un live che dalle premesse aveva tutte le carte per essere classificato fra i concerti della vita e che non ha disatteso le aspettative. L’impressione è di aver assistito non solo a qualcosa di artisticamente alto, ma formalmente bello, impeccabile dal punto di vista dell’esibizione e allo stesso tempo primitivo per spontaneità.

Il merito di tanto va riconosciuto al talento e genio di Merril Garbus, trentatré anni compiuti lo scorso sabato (festeggiati sul palco) e appena due dischi all’attivo. Il secondo, W h o k i l l , uscito per la 4AD (quella dei Pixies e Blonde Redhead) è stato il mio disco preferito dello scorso anno, un crocevia quasi perfetto fra sperimentazioni vocali, ritmi afro, forma canzone, beat hip-hop e rock’n roll. E per citare qualcuno decisamente più autorevole di me, è stato incluso fra la “Best New Music”di Pitchfork, oltre aver raccolto elogi da New York Times, Rolling Stone, Spin e Guardian, fra gli altri.

Dal vivo lo spettacolo è assicurato già dalla sola Merril, che crea in tempo reale la ritmica su cui si reggono tutte le canzoni utilizzando una loopstation, registrando e sovrapponendo uno sull’altro il suono di due tamburi fino a farla sembrare un’intera batteria. Stesso processo per la voce, con la quale crea delle armonizzazioni spettacolari o dei beatbox, e che registra al volo per mandarla in play in differita, generando sorprendenti effetti di botta e risposta. Non bastasse, si fa carico delle parti melodiche con il suo ukulele e canta con una potenza e una naturalezza da far impallidire, mettendo in mostra capacità respiratorie e di controllo vocale molto al di sopra del normale. Il compito di dare un filo logico a tanta esuberanza spetta al suo socio, il bassista e coautore Nate Brenner, che la accompagna in questo tour insieme a una sezione di fiati composta da due sassofoni.

Poco più di un’ora di concerto basta e avanza a togliere qualsiasi dubbio, qui c’è del talento vero e la sala piena del Lanificio se ne rende conto ben presto. Al quinto brano in scaletta, Riotriot, Merril con un solo respiro grida a pieni polmoni “There is a freedom in violence that I don’t understand… and that I never felt before” registrandone la nota finale sulla loopstation per ricamarci sopra un armonizzazione che sembra non finire mai e che si ferma solo per far irrompere gli strumenti, facendo esplodere un  boato assordante e liberatorio da parte del pubblico in estasi. Il resto del programma prevede quasi tutti i brani dell’ultimo disco, fra cui le più note Powa e Bizness, di cui è uscito recentemente un videoclip ufficiale. Dalle parole della cantante: “È la prima volta che veniamo in Italia e a Roma, pensavamo ci sarebbero state quattro persone… beh, non è andata così. Perciò torneremo presto”. Noi non vediamo l’ora.

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