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La casa di Simona Molinari è il jazz (con un pizzico di elettronica)

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È uscito venerdì 4 dicembre il nuovo album di Simona Molinari, un invito a godere insieme delle sue canzoni preferite. Con dieci brani, interpretati in maniera personale, la cantante ritorna al suo primo amore: il jazz. Da Ella Fitzgerald a Cole Porter, Casa Mia è pensato come una colonna sonora della vita. Dopo aver duettato con grandi nomi della musica – da Al Jarreau, Gilberto Gil, Peter Cincotti ad Andrea Bocelli e Ornella Vanoni – la cantautrice è tornata al suo primo amore, il jazz, scegliendo 10 brani, o meglio icone, del genere. Le ha rese sue, stravolgendole con il proprio gusto e il proprio tocco e ci ha aggiunto un po’ di elettronica. È nato Casa Mia, una colonna sonora della vita, o forse una piccola biografia composta da dieci brani suonati dalla sua storica band, Mosca Jazz Band, ma anche con l’aiuto dell’orchestra sinfonica di Ennio Morricone, la Roma Sinfonietta.

Casa mia è il titolo del tuo album. Com’è casa tua? E cosa rappresenta?
La casa è il luogo dove ascolto i miei vinili. E prima di comporre questo album, di scegliere le dieci tracce che ne fanno parte, ho ascoltato tantissima musica: chiamare l’album così significa invitare il pubblico a casa mia per godere insieme di questa bella musica.

Questo album segna un ritorno alle tue origini: perché ne sentivi il bisogno in questo momento?
Ho intitolato questo nuovo album Casa Mia perché segna il ritorno al nido da dove sono partita, prima di avventurarmi con i miei quattro album di inediti. Il jazz è il mio grande amore e ho voluto prendermi una pausa per tornare a lui. L’ho chiamato Casa Mia perché quando torni a casa ti godi tutto quello che ti piace. Io volevo divertire e volevo farlo con una voce sincera e questo modo, a metà tra il jazz e il pop, era il modo migliore.

Hai anche detto che questo album è la colonna sonora della tua vita. Come hai scelto queste 10 canzoni?
Sono semplicemente dieci brani che amo: ognuno di essi ha a che fare con qualche momento importante della mia vita. Per esempio Mr. Paganini è il brano che mi ha fatto innamorare del jazz. Il giorno in cui ho sentito questo brano, interpretato da Ella Fitzgerald, ho sognato di imparare a cantarlo. Ero ancora piccola. Oppure Every Time We Say Goodbye, l’ultima traccia del disco, è la canzone con la quale chiudevo i concerti del mio ultimo tour. È uno standard di Cole Porter nato nel 1944 che raggiunse il successo nel 1950. Il testo dice: «Ogni volta che diciamo arrivederci, io muoio un po’» ed è quello che prova ogni artista quando deve lasciare il palcoscenico e tornare in camerino. Almeno per me è così. Insomma, ho pensato a questi brani come alla scaletta di un concerto.

C’è un brano che ami e che hai dovuto lasciare fuori?
Ce ne sono tanti, però avrei dovuto fare almeno dieci dischi per inserirli tutti.

L’album è un insieme allegro. È un bel momento per te?
Sono contenta che si percepisca. Sì, è un momento in cui mi sento molto serena, sono contenta che questa allegria arrivi a chi ascolta. Sai a volte è più facile esprimere il dolore, io però credo che la gioia vada riconosciuta e vissuta.

Com’è confrontarsi con giganti come Ella Fitzgerald, Cole Porter e Louis Armstrong?
Sai, ho cantato con i miei modi, li ho stravolti questi brani, quindi non è stato un vero e proprio confronto.

Invece cantare jazz oggi per una ragazza giovane italiana è una follia. O no?
Sì, è un po’ una follia, ma bisogna essere folli per fare questo mestiere e io lo sono. D’altra parte sono stata molto fortunata: sia la mia casa discografica, la Universal, sia il mio produttore, Carlo Avarello, hanno detto sempre sì. Sono una privilegiata in un certo senso.

È cambiato il pubblico negli anni? Pensi che il jazz sia accolto meglio rispetto a qualche anno fa?
Io ho la possibilità di girare molto per l’Italia per suonare e posso dire che questo genere piace molto. Il jazz può essere visto in molti modi diversi: spesso in Italia è associato alla tristezza perché viene percepito come un genere molto intimista; invece non è così, almeno per me. Io comunico con il mio pubblico. Certo non è un genere che funziona molto in radio, ma si sa che è così.

Che musica ti piace ascoltare?
Ascolto un po’ di tutto, ascolto molta musica francese e americana e mi piacciono molto anche le canzoni italiane degli anni Sessanta. Io non sono una fan di generi, mi appassiono a canzoni e progetti che mi colpiscono.

Adesso cosa ti aspetta? Andrai in tour?
Sì, farò un’anteprima a L’Aquila e poi da marzo inizierò il tour che mi porterà in tutta Italia.

Casa Mia è uscito il 4 dicembre e lo stesso giorno il tuo disco si poteva ascoltare anche su Spotify. Cosa ne pensi dello streaming musicale, di YouTube e dei nuovi canali di fruizione della musica?
Penso che siano strumenti assolutamente positivi perché danno nuovamente alle persone la possibilità di usufruire attivamente della musica. Non è come quando si accende la radio: in quel caso si ascoltano brani che sono stati scelti da altri. L’utente dal proprio PC, invece, va a cercare quello che gli interessa e che vuole ascoltare proprio in quel momento.

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