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Spotify, online il modello di business dell’azienda svedese

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Spotify, gli artisti, le royalty e la rivoluzione dello streaming. Si scrive un altro capitolo riguardo la polemica dell’anno inaugurata da Thom Yorke qualche mese fa. L’azienda svedese illustra il proprio business model online tramite un nuovo sito.

Hanno deciso di rispondere in maniera pubblica e implicita quelli di Spotify, sia per provare a mettere a tacere le polemiche che hanno coinvolto diversi esponenti del music biz dopo le dichiarazioni di fuoco di Thom Yorke nei confronti del servizio di streaming svedese, sia per difendere (e continuare a far parlare di sè) quella che è la novità più grossa in tema di musica digitale dai tempi di iTunes a oggi. Il lancio del sito Spotify Artists è il segnale di come l’azienda di Daniel Ek non voglia nascondere nulla, e parimenti cerchi di spiegare a tutti il proprio modello di business, tanto quanto la modalità con la quale eroga royalty alle etichette discografiche.

Nel nuovo portale l’artista potrà inoltre avvalersi di veri e propri strumenti di analisi analitica per monitorare la propria situazione, inoltre se lo vorrà potrà utilizzare Spotify per vendere il merchandise dal proprio profilo. Tuttavia la sezione al momento più interessante per chi è un addetto ai lavori, è quella in cui viene illustrato il modo con cui lo streaming service guadagna soldi e in che modo versa i compensi ai titolari dei diritti delle canzoni riprodotte online. Se da un lato il fatturato dell’azienda è ancora negativo, appare evidente come, all’aumentare degli abbonati a pagamento, il trend dovrebbe inesorabilmente invertirsi, portando a un sensibile aumento degli introiti e delle stesse royalty da versare (l’immagine sopra lo evidenzia nel grafico con proiezione annessa a quando gli abbonati a pagamento diventeranno 40 milioni).

Spotify ha confermato pochi giorni fa di avere già versato per l’anno in corso oltre 500 milioni di dollari in royalty, cifra che, alla luce dei nuovi dati, fa concludere la stessa azienda che per una singola riproduzione di un brano, la royalty da versare ai proprietari dei diritti si aggirerà tra i 0.006 e i 0.0084 Dollari. Quanto di questa (esigua) cifra finisca in percentuale nelle tasche della band o del cantante autore della canzone, è difficile da stabilire. Spotify cerca nuovamente di sottolineare come non sia il servizio di streaming a pagare direttamente i musicisti, e che in realtà l’effettiva percentuale per loro dipenda unicamente dai contratti che gli stessi hanno già in essere con le major e le etichette discografiche (come già sosteneva tempo fa Billy Bragg). Oltre a questo altri fattori potranno essere determinanti, come ad esempio da quali paesi provengono gli streaming e da quanti utenti a pagamento viene effettivamente richiesto un determinato pezzo.

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Un altro argomento che viene ripreso nel sito dedicato agli artisti è quella relativo alla pirateria: si sottolinea il modo in cui un servizio come Spotify possa, col tempo, portare la gente a pagare nuovamente per ascoltare legalmente musica. Tra i grafici disponibili sul sito dedicato agli artisti, quello che mostra la ricerca eseguita dalla Columbia University è decisamente rilevante ed evidenzia come i giovani siano portati a preferire l’alternativa free e legale, quando questa è presente e pubblicizzata, all’illegal download.

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Per approfondimenti è possibile visitare il sito Spotify Artists a questo indirizzo.

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