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La storia dietro l’esibizione di Bob Dylan (con gli Stones) a Live Aid ’85

Live Aid 85

Trent’anni prima che qualcuno riunisse nello stesso concerto Dylan, gli Stones, Neil Young, Roger Water, gli Who e Paul McCartney, un musicista di medio successo, spinto dall’utopistica convinzione che il rock‘n’roll potesse davvero cambiare il mondo come avevano creduto i figli dei fiori un decennio prima, ebbe una visione. Pensò che se milioni di persone compravano dischi dei propri idoli, questi avrebbero potuto usare il proprio potere mediatico per risolvere i problemi che la politica si rifiutava di vedere. Ma il vero problema di Bob Geldof nell’organizzare un evento come il Live Aid non era tanto trovare i nomi con cui metterlo in piedi, ma semmai quello di convincere gente come Mick Jagger, ad esempio, che cantare prima di David Bowie o dei Queen non sarebbe stato poi così svilente, se fatto per una giusta causa. Se non fu facile decidere chi avrebbe dovuto dare il via ad uno show di quel tipo, ancora più difficile fu scegliere l’artista che avrebbe dovuto porvi fine nel migliore dei modi. Quando, dopo aver rimandato quel problema per giorni, Geldof si trovò a dover fare quella scelta, tutto il meccanismo si bloccò per qualche giorno.

Dopo camere di consiglio che nemmeno in Vaticano nei giorni dell’elezione del pontefice, Bob e i suoi collaboratori si convinsero a puntare tutto su colui che tutti consideravano ancora il faro supremo e imprescindibile di ogni lotta o protesta messa in musica: Bob Dylan. La scelta, in effetti, poteva sembrare più che sensata, poiché l’autore di Blowin’ In The Wind, nonostante avesse abbandonato da anni i panni del cantautore di protesta, continuava ad essere il punto di riferimento assoluto per chiunque avesse iniziato a fare musica dai primi anni Sessanta in poi. Fossero questi cantanti di protesta o meno. Suoi coetanei come Hendrix o i Beatles, non proprio nomi qualsiasi, si sarebbero immolati per lui, così come qualsiasi folk singer nato da una parte all’altra del pianeta dalla metà degli anni Sessanta in avanti. Anche gruppi come Black Sabbath e Judas Priest, non esattamente folk band, vantavano Dylan tra i propri ascolti giovanili. I Judas, addirittura, avevano ricavato il proprio nome da una sua canzone.

Quello che Geldof non aveva considerato, tuttavia, era il fatto che le azioni di Dylan spesso non fossero minimamente prevedibili. L’artista americano si era già mostrato scarsamente coinvolto al momento delle registrazioni di We Are The World, non perché non fosse sensibile alla problematica, ma perché non ne condivideva fino in fondo l’aspetto ultra-populista. Ad ogni modo, l’ideatore del Live Aid non sembrò più di tanto preoccupato ed era davvero convinto che Dylan fosse l’unico nome davvero spendibile per chiudere in modo trionfale quella scommessa. Inoltre, la scelta dell’autore di Like A Rolling Stone di farsi affiancare da ben due membri dei Rolling Stones sembrò al buon Bob la classica ciliegina sulla torta, nonché la conferma che lo stesso artista tenesse a fare bella figura in un’occasione così importante. La storia, tuttavia, non gli diede ragione. Se Geldof era infatti riuscito nell’impresa impossibile di riunire band come Led Zeppelin, Black Sabbath e Queen (praticamente sciolti da mesi), non si può certo dire che il fato fosse dalla sua parte anche al momento dell’ultima esibizione della serata.

Dylan salì sul palco con gli amici Ron Wood e Keith Richards. Gente che, quando decideva di sballarsi un po’, era in grado di passare l’intero pomeriggio a bere whisky e a fumare canne su un camper da tossici prima di suonare davanti al più grande pubblico televisivo di sempre. Il risultato fu disastroso, per alcuni addirittura il peggiore show della storia della musica. Ognuno dei musicisti suonava per conto proprio, in particolare “Keef”, che per tutta la durata dello show non riuscì mai a capire realmente dove si trovasse. Le telecamere, impietosamente, trasmisero in tutto il mondo il suo sguardo ebete e non fu affatto un bello spettacolo. Comica, tranne che per gli organizzatori, fu anche la scena della rottura di una corda della chitarra di Dylan, risolta in un tempo lunghissimo nell’imbarazzo generale, per non parlare poi della frase dello stesso cantautore con cui invitava la gente a non pensare solo all’Africa, ma anche ai contadini americani che stentavano a sopravvivere. Insomma, sebbene quello rimanga il momento più genuinamente rock‘n’roll dell’intero evento, non era certo ciò che sperava il povero Bob Geldof per chiudere la giornata che lo avrebbe reso immortale.

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