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Stash è molto più di quello che sembri ascoltando i Kolors

Stash The Kolors
di Jacopo Casati
Foto di Roberto Panucci

I Kolors sono la nuova big thing della musica italiana. Bastava affacciarsi nella grande sala di Medimex 2015 che ospitava l’incontro con la stampa e i fan per capire quanto Stash, Alex e Daniele siano diventati popolari. Ma tutto questo lo sapevamo già. Quello che non sapevamo, o meglio non avevamo capito fino in fondo è l’enorme personalità di Stash, assoluto mattatore del pomeriggio. Presenza scenica? Sì. Loquacità? Sì. Carisma. Sì. Magnetismo? Sì. Attitudine? Sì. Sembra non gli manchi davvero nulla, se gli perdoniamo qualche “difetto” comprensibile per un ragazzo di 26 anni (per esempio tutte quelle citazioni di grandi artisti sembravano un po’ forzate, come volesse ostentare la sua conoscenza della musica). Addirittura sembra che stia già cercando di prendere le distanze da un’audience fatta per la maggior parte da ragazzine ululanti. È pronto per qualcosa di più grande, anche se giura di non voler assolutamente staccarsi dai suoi compagni di avventura e di volere continuare per la strada intrapresa.

Sono sei i concetti espressi dal leader dei Kolors durante l’incontro che ci hanno particolarmente colpito. Eccoli.

VIVERE IL NOSTRO TEMPO
«Ora come ora il nostro pubblico ha bisogno di immediatezza, di emozioni veloci ed efficaci. Il mio sogno è incidere un concept album, anche perché sono cresciuto con Darkside Of The Moon e The Wall dei Pink Floyd. Ma credo faremmo un errore, sono sicuro al 90% che se mai fossimo in grado di suonare un pezzo come Shine On You Crazy Diamond non sarebbe capita fino in fondo. Una volta si fermava il tempo per ascoltare gli album quando uscivano, c’era proprio una fruizione differente della musica e noi dobbiamo adattarci al tempo in cui stiamo vivendo».

UN DISADATTATO
«Sono convinto che il look sia una componente del nostro successo. È importante. Ma non fondamentale. Credo influisca per un 30% e mi preoccuperei se pesasse più del contenuto delle nostre canzoni, ma dubito o per lo meno mi auguro che non sia così. Quel che è certo è che non è un look che ci siamo studiati. Ci sentiamo naturalmente portati ad apparire così, io ho da sempre voluto avere il ciuffone alla Elvis, anche se dentro mi sento più come un disadattato di Camden Town!».

NELLA TESTA
«Mi ha sempre dato fastidio essere inquadrato in un genere. Il rock è nella testa, non nella moda».

APRIPISTA
«Abbiamo sempre avuto difficoltà a farci accettare come band che canta in inglese e non in italiano. Non ho mai capito il perché, ma ci dicevano che il mercato italiano non ama l’inglese. Ho fatto una ricerca e tutti quelli che conoscevo avevano playlist con oltre l’80% di brani in inglese. Fortunatamente siamo riusciti ad arrivare al pubblico comunque, e se stiamo facendo da apripista per altre band che vogliono fare così, ne siamo onorati. L’inglese tuttavia non potrà mai avere la profondità dei testi di Battiato o di Battisti. La poetica dell’italiano rimane ineguagliabile»

MITI ADOLESCENZIALI
«Il mio idolo assoluto è Michael Jackson, oltre a lui sono da sempre un fan di David Bowie (al quale Stash assomiglia molto fisicamente, ndr) e di gruppi storici come i Pink Floyd e i Cure. A livello italiano non ho grossi riferimenti, anche se non posso negare di essermi emozionato nel dedicare un pezzo di Battisti a una ragazza o di sentirmi sconvolto quando ho capito il vero significato di un brano come La cura di Battiato. Stimo tantissimo anche Renato Zero, lui ha avuto l’innegabile merito di sdoganare la musica disco funk in Italia»

UNA PARTE DEL MIO CORPO
«Alex e Daniele sono più che amici e compagni di band. Sono una parte del mio corpo, come potrei separarmi da loro? Non sento l’esigenza di dover dire delle cose da solo. Noi siamo questi, resteremo questi. A breve partiremo per la California, Live Nation è interessata a noi. Il sogno sarebbe poter aprire i concerti di band come Onerepublic o Maroon 5. Vedremo. Noi ci sentiamo già molto fortunati nel poter solo pensare una cosa del genere».

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