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The Smashing Pumpkins: l’uomo che visse due volte

Ritorna a fare visita ai fan italiani Billy Corgan, con l’ennesima versione della sua creatura più celebre, gli Smashing Pumpkins. Una nuova incarnazione, un repertorio inedito un po’ meno epico e la solita classe dal vivo. Un ottimo motivo, comunque, per andarli a vedere nelle due date di Milano e Padova.

A bene vedere, tra un tour mondiale in corso, l’annunciata ristampa dell’intera discografia, a partire dagli eccellenti Gish e Siamese Dream, una line-up finalmente stabile (o almeno così pare) e un album nuovo annunciato per l’inizio del 2012 e intitolato Oceania, la vita di Billy Corgan pare essere soddisfacente come ai tempi belli, quando la sua pelata e la maglietta con la scritta “Zero” impazzavano su MTV e in ogni rivista di musica rock. È inutile negare che l’appeal del musicista di Chicago si sia un poco appannato con gli anni, complice una seconda parte di carriera – quella dopo il primo scioglimento della band, insomma – davvero in tono minore, ma è comunque importante notare come il nome Pumpkins riesca sempre a toccare le giuste corde.

Inseriti con molta libertà nel calderone del grunge, nella prima metà degli anni Novanta, gli Smashing Pumpkins hanno sempre avuto poco a che fare con la scena nata e cresciuta a Seattle, finendo per smarcarsi dal resto dei compagni di viaggio anche con una certa irruenza, la stessa che ha appiccicato addosso al leader Corgan l’etichetta di personaggio poco malleabile. Eppure, a ben vedere, le differenze erano ben chiare fin dagli inizi, quando anche lo stesso chitarrista, nonostante un look ingannevole – capelli lunghi, camicie a scacchi, jeans sdruciti -, teneva a precisare come le influenze della sua band non derivassero dal punk o dall’hardcore, fonte primaria per altre band come Nirvana, Mudhoney, Soundgarden e Pearl Jam, ma dal rock anni Settanta di gruppi come i Cheap Trick o, addirittura, Electric Light Orchestra, un nome che in quel periodo equivaleva a una vera e propria eresia. La formula collaudata da Corgan e compagni, però, unisce alla pomposità di quel periodo musicale un’energia che non ha nulla da invidiare a quella di altri nomi ben più celebrati (Nirvana su tutti), cementando il tutto con un’attitudine a certe esplorazioni psichedeliche, specie nel primo periodo di vita della band, che li rende unici nel panorama americano. La tripletta Gish, Siamese Dream e Mellon Collie & The Infinite Sadness ne fa delle rockstar mondiali, appena prima che gli scricchiolii si facciano sentire più chiaramente e l’impalcatura cominci a mostrare qualche crepa. Prima la tossicodipendenza del batterista Jimmy Chamberlin, poi l’uscita di scena della bassista D’Arcy (anche lei con problemi simili e sostituita dalla bella Melissa Auf Der Maur), infine il calo qualitativo dei dischi, che falliscono sia nel tentativo di replicare l’illustre passato, sia quando cercano di introdurre nuove sonorità elettroniche nel complesso milieu sonoro della band.

Da lì allo scioglimento il passo è relativamente breve e illustra alla perfezione la fine di un’epoca, quella della rinascita del rock alternativo americano, passato dalle cantine alle vette delle classifiche nel volgere di qualche anno, ma costretto a pagare un prezzo altissimo: dalle morti di Kurt Cobain e Layne Staley allo scioglimento o naufragio di Soundgarden, Nirvana, Screaming Trees. Solo i Pearl Jam di Eddie Vedder sembrano essere immuni al passare del tempo, ma il loro approccio classic rock favorisce una longevità che li vede tuttora impegnati in tour infiniti e buoni dischi di studio. E Billy Corgan? Il suo silenzio non durerà moltissimo, ma sarà tutt’altro che un ritorno col botto. «Credo che gli Smashing Pumpkins originali non abbiano mai raggiunto la vetta del proprio potenziale a causa degli eventi drammatici in cui eravamo immersi. Nel 1995 eravamo a pieno regime e pronti a spiccare il salto definitivo, con un disco doppio appena pubblicato che ci rappresentava in pieno. Siamo implosi proprio mentre eravamo sulla cresta dell’onda, la gente spesso tende a dimenticarselo. Chiaramente, il successo artistico che abbiamo ottenuto è straordinario, soprattutto se lo si valuta col senno di poi, ma avremmo potuto andare ancora oltre se qualcuno di fosse fatto ricoverare in una cazzo di clinica per la riabilitazione». A quei “qualcuno” fischiano le orecchie?

 

IL CANTO DEL CIGNO

Mai nome più adatto per uno dei progetti che rientrano a forza nella categoria “fallimento sotto ogni punto di vista”. Nati nel 2001, gli Zwan vedono affiancati a Billy Corgan e al prode Jimmy Chamberlin (ovvero uno dei due “qualcuno” di cui sopra, assiem alla bassista D’Arcy) tre nomi d’eccellenza come David Pajo (ex chitarrista di Slint e Tortoise), Matt Sweeney (chitarra, ex dei Chavez) e infine la sinuosa Paz Lenchantin, bassista degli A Perfect Circle. La maledizione del supergruppo è dietro l’angolo e non risparmia neppure il musicista di Chicago che licenzia l’album di debutto, il pessimo Mary Star Of The Sea, e poi naufraga su tutta la linea finendo per annullare direttamente più di metà del tour mondiale. Partiti male e finiti peggio, gli Zwan si disintegrano fra l’indifferenza generale e tra recriminazioni continue. Il leader accusa Pajo e Lenchantin di sabotaggio e di essere dei semplici approfittatori. Unica consolazione per il povero Billy, quella di una manciata di date assieme ai suoi eroi New Order, con cui inciderà persino un pezzo in studio finito poi sull’album Get Ready. Un po’ poco per chi era abituato a guardare gli altri dalle vette di una classifica di vendita, ma tocca accontentarsi.

Non va molto meglio negli anni successivi, con la pubblicazione di un volume di poesie, Blinking With Fists, e di un disco solista a tutti gli effetti, che secondo Billy prende spunto da materiale inedito e non terminato degli Smashing Pumpkins. The Future Embrace del 2005 è un album imbarazzante in cui il chitarrista cerca di sperimentare con pop ed elettronica ma senza risultati confortanti. Finirà per vendere meno di 70.000 copie e acuire la nostalgia verso un autore che pare irrimediabilmente destinato all’oblio. Il colpo di coda, invece, arriva poco più tardi, sotto forma di pagina pubblicitaria all’interno di due quotidiani cittadini, il Chicago Tribune e il Chicago Sun-Times, in cui Billy dichiara la propria volontà di rimettere in piedi la band, a cominciare dal batterista Chamberlin, unico del vecchio gruppo ad accettare la nuova avventura. Il risultato si chiama Zeitgeist e vede la partecipazione di Ginger Pooley al basso – la donna bassista è irrinunciabile per Corgan, a quanto pare – e Jeff Schroeder alla seconda chitarra, un disco che, almeno dal punto di vista commerciale, regala una piccola resurrezione e fa il suo debutto in cima alla classifica di Billboard. Non è un capolavoro in grado di rivaleggiare con la trilogia d’oro del passato, ma perlomeno serve a ricordarci per quale motivo il suo autore sia considerato uno dei migliori dei Nineties, in grado di dare voce a una generazione intera con pezzi come 1979, Disarm o Bullet With Butterfly Wings.

Il tour mondiale che serve per promuovere il disco si rivela un buon successo e convince definitivamente Corgan a tenere in vita il marchio storico, nonostante la defezione dell’amico Chamberlin, ormai poco motivato e deciso a tentare nuove strade musicali. I Pumpkins del 2009 perdono pezzi (resiste il solo Schroeder) ma è ormai chiaro che l’unica figura necessaria sia quella del leader che, nel frattempo, mette in piedi una piccola cover band, Spirits In The Sky, che serve a omaggiare un suo vecchio idolo di gioventù, lo scomparso Sky Saxon, leggendario cantante dei Seeds, garage band degli anni Sessanta.

 

LA RINASCITA

Proprio durante le date a nome Spirits In The Sky, Billy conosce i nuovi membri della sua creatura, con cui trova il tempo, subito dopo di incidere la prima parte Teargarden By Kaleidyscope, bizzarro progetto che consta di ben 44 canzoni pubblicate autonomamente sul sito del gruppo e solo in seguito raccolte, quattro per volta, su degli EP. Il concept dell’album ruota attorno ai tarocchi, in particolare alla figura del Matto, arcano maggiore che rappresenta il viaggio, per cercare di avere una visione d’insieme su passato, presente e futuro. A lavori iniziati subentra la nuova bassista Nicole Fiorentino, che va a formare la sezione ritmica con il batterista Mike Byrne, completando così una formazione inedita, ancora una volta funzionale a Corgan. «Sono al punto della mia carriera in cui ho una tale fiducia in me stesso da non avere bisogno di un gruppo. Se ce l’ho, è perché mi sento a mio agio con i ragazzi che suonano assieme a me e perché voglio sia un’esperienza positiva. Spesso, in passato, mi sono sentito limitato dagli altri membri, come se inconsciamente remassero dalla parte opposta alla mia, e ora non voglio che possa succedere nuovamente. Non mi interessa più litigare per argomenti futili o per cazzate, come è successo nei primi vent’anni della mia carriera. Lavoravo in totale solitudine e poi dovevo anche subire le rimostranze e le critiche degli altri.

Ora mi sento libero di fare ciò che mi interessa e alla fine sarà solo il pubblico a decretare il nostro valore, questo è importante. Il nostro nuovo disco, intitolato Oceania, è un lavoro di cui sono estremamente soddisfatto anche se so che molta gente mi criticherà per averlo fatto uscire ancora a nome Smashing Pumpkins. Eppure si tratta di mie canzoni e credo di avere il diritto di pubblicarle come mi pare. Questa è semplicemente una nuova line-up dei Pumpkins e Mike, Nicole e Jeff hanno la stessa importanza di chi è venuto prima di loro. Credo ciecamente nella loro integrità morale, nella loro abilità tecnica e si stanno guadagnando l’affetto dei fan».

Come anticipato dallo stesso Billy, il quartetto pubblicherà il prossimo disco, di cui esiste già una tracklist semi-definitiva e qualche indiscrezione, all’inizio del 2012. Non resta che aspettare le due date italiane per riuscire a scoprire qualche particolare in più sull’inedito capitolo di Billy Corgan, assieme a una carrellata nostalgica su uno dei migliori songbook degli anni Novanta.

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