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Thom Yorke ancora contro Spotify: «È il rantolo finale della discografia»

Thom Yorke Spotify

Thom Yorke si è ancora una volta scagliato contro Spotify. Il leader di Radiohead e Atoms For Peace ritiene che combattere il popolare servizio streaming sia necessario per il futuro della musica. Ecco le sue dichiarazioni. (foto di Francesco Prandoni)

Dopo aver ritirato il catalogo della sua produzione solista (il disco The Eraser) e dei suoi Atoms For Peace, Thom Yorke è tornato a sparare a zero su Spotify. Lo ha fatto durante un’intervista rilasciata in Messico al sito Sopitas.com. «Penso che come musicisti dobbiamo combattere Spotify. Rappresenta l’ultimo rantolo della vecchia industria discografica e quando finalmente morirà – perchè accadrà di certo – inizierà qualcosa di nuovo. È una questione che riguarda il modo in cui ascoltiamo la musica e quello che succederà in futuro in termini di tecnologia».

L’accusa di Thom Yorke a Spotify si basa sul presupposto che il polare sito di streaming corrisponda troppo poco agli artisti in termini di royalty. «Non approvo quello che la maggior parte delle persone fanno all’interno dell’industria musicale. Loro pensano “ok, questo è quello che vi abbiamo lasciato, non c’è alternativa“. Semplicemente non approvo».

Il leader dei Radiohead ha poi ricordato l’esperienza avuta con il penultimo album della sua band, pubblicato senza il supporto di una major. «La cosa più entusiasmante di quel progetto è stata l’idea che potessimo avere una connessione diretta con il nostro pubblico. Abbiamo tagliato tutto quello che di solito sta in mezzo. E adesso dovrei accettare che arrivi Spotify a dirmi che c’è un unico modo per accedere all’intero processo. E invece non ne abbiamo bisogno! Possiamo farlo da soli, che si fottano!».

Per chiarire una volta per tutte la sua posizione, Thom Yorke ha tirato in ballo discografia tradizionale. «Le major stanno cavalcando l’onda dello streaming perchè lo vedono come un modo per rivendere i loro vecchi cataloghi senza spese, fare una fortuna e sopravvivere. Ecco perché dobbiamo combattere Spotify: c’è in gioco il futuro della musica, il modo in cui lo vediamo».

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