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Il concerto di Imola del 1998 ha chiuso un’era ma una parte di Vasco è rimasta lì

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di Luca Garrò
Foto di Mathias Marchioni

In quasi quarant’anni di carriera, di punti di svolta Vasco Rossi ne ha vissuti svariati e, quasi sempre, legati a grandi esibizioni dal vivo. Se escludiamo il periodo della detenzione, che, a detta dei suoi collaboratori più fedeli, fu l’evento che davvero pose fine alla fase più disfunzionale della sua vita, la sua storia umana e professionale può facilmente essere divisa in grandi ere, tutte coincidenti con eventi pubblici che hanno segnato la storia della musica popolare italiana.

Sanremo e il microfono messo in tasca alla fine dell’esibizione, Deviazioni cantata in diretta tv di fronte ad un Pippo Baudo attonito, i concerti che dalle balere e le festicciole di paese iniziavano a richiedere luoghi sempre più capienti, fino alla scommessa degli stadi del 1990. L’anno dei mondiali, l’anno in cui il Blasco disse che i Rolling Stones avrebbero dovuto aprire per lui e non il contrario. E dire che solo pochi anni prima, in cerca di qualcuno che ne capisse la filosofia nell’ambiente discografico, il cantautore era solito presentarsi ironicamente come il Mick Jagger italiano.

Alla fine degli Anni Novanta, ad ogni modo, le cose non erano molto lontane da quelle che aveva immaginato a fine Settanta: se il paragone col leader degli Stones restava comunque un azzardo, di certo il nostro Paese non aveva mai conosciuto una star di quelle dimensioni. Dopo il successo di Nessun pericolo per te, un tour di supporto negli stadi che aveva portato tutto su livelli troppo alti per chiunque e il primo tentativo pionieristico di conquista dell’Europa (era il 1997, più di dieci anni prima che diventasse una moda tra i big italiani), Vasco si ritrovò a fare i conti con un decennio che l’aveva visto alzare costantemente l’asticella senza respiro, in una gara in cui aveva finito per essere solo con se stesso. Il classico momento in cui ti rendi conto, per usare una metafora legata al ciclismo, di aver fatto il vuoto alle spalle.  Fu lì che tanto i fan quanto lo stesso Vasco, ormai prossimo ai cinquanta, temettero che le motivazioni potessero venire a mancare.

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Pubblicato quasi a sorpresa Canzoni per me, definito dall’artista stesso un’antologia di inediti in cui vennero recuperati brani scritti in passato, Vasco accettò quindi di contribuire a quella che fino ad allora in Italia era sempre sembrata un’utopia:  dare vita ad un festival estivo di respiro europeo che, prima ancora che portare grandi nomi, fosse in grado di cambiare la cultura di un Paese per molti aspetti ancora fermo a trent’anni prima. La sfida in grado di non far perdere stimoli era dunque lanciata, ora toccava organizzarla nei minimi particolari. Per un evento del genere, Vasco aveva bisogno di avere al suo fianco gli amici di sempre: richiamò quindi Claudio Golinelli al basso, una delle colonne della Steve Rogers Band, così come il fido Diego Spagnoli, eletto in quell’istante direttore di produzione: «Me n’ero andato prima del World Wide Tour, perché non ne condividevo la scelta e accettai l’offerta degli Africa Unite, che mi volevano come tour manager» – ricorda Spagnoli – «Poi giunse un fax: ti nomino direttore di produzione. E mi ritrovai a gestire tutto il delirio di Imola».

Trattandosi dell’unica data di Vasco per quell’anno, ad Imola sono attese molte persone: nessuno, tuttavia, avrebbe mai potuto immaginare quante sarebbero state. Insieme alla vendita dei biglietti aumentava l’ansia di chi sarebbe salito sul palco, tanto che per due settimane la band finì letteralmente per convivere in studio, con un dispendio di energie, tensioni e programmazioni elettroniche inedite fino a quel momento. A gestire tutte quelle diavolerie digitali venne reclutato Frank Nemola, da quel momento membro insostituibile della Combriccola, mentre alla batteria, complice l’impossibilità del batterista dei Journey Deen Castronovo, arrivò Jonathan Moffett, già con Michael Jackson e Madonna.  «Quello di Imola è stato un concerto particolare, una sorta di grande summa del mio lavoro» – ammise ai tempi il Blasco – «che metteva insieme il passato, con le canzoni che tutti conoscono a memoria, e il futuro, con dei nuovi suoni, l’uso di sequencer e campionatori: una ricerca diversa. Mi serviva questa specie di grande resoconto». Anni dopo aggiungerà: «Dopo aver provato ore sul palco, a tarda notte eravamo a cena, quando arriva un gruppetto di ragazzi che si ferma a chiacchierare con noi. Una di loro dice che alle prove l’audio si sentiva malissimo. Io entro in agitazione, telefono al mio produttore Guido Elmi, lo sveglio in piena notte e gli dico di correre da me. Insomma, una notte tremenda. La mattina mi svegliai con gli occhi gonfi e una sinusite che se ne andò solo grazie ad un antinfiammatorio».

Trovarsi a suonare di fronte a 130 mila persone fu troppo anche per gente abituata a confrontarsi con masse che fino a quel momento erano sembrate impossibili da superare. La scaletta, bilanciatissima tra presente e passato, ancora oggi sembra prima di tutto un grande omaggio al suo pubblico, prima ancora che una semplice autocelebrazione. La riproposizione di canzoni come Jenny, che non veniva suonata da vent’anni, fu uno dei momenti più intensi di un concerto durante il quale i musicisti non riuscirono mai a guardarsi in faccia, per non scoppiare a piangere dall’emozione. La leggenda, mai confermata apertamente, dice addirittura che, complice il caldo e la tensione accumulata, Vasco collassò nel backstage prima dei classici bis. Per molti, quello fu l’ultimo show del “vecchio” Vasco, quello ancora memore delle lattine di birra piene che gli venivano lanciate addosso e che Nantas Salvalaggio aveva definito “un ebete bruttino e malfermo sulle gambe”.

Un artista da sempre nato per dividere e ora, per la prima volta, giunto ad unire simbolicamente l’intero Paese. Da quel giorno, anche il suo pubblico non fu più lo stesso: quelli che ne avevano condiviso lo stile di vita iniziale, spesso, non ce l’avevano fatta e altri, invece, erano diventati ormai troppo borghesi per continuare a seguirlo. Per una triste coincidenza, a confermare la fine di un’epoca, pochi mesi dopo giunse anche la scomparsa di Massimo Riva. Un anno dopo il figliol prodigo Maurizio Solieri prese il posto di Riva e tutto ripartì, forse in modo ancora più imponente. Ricominciarono i tour, sempre più estenuanti e capaci di infrangere record su record. Tuttavia, una parte di Vasco non si mosse mai più da Imola.

#livepills

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