Notizie

Vasco alla Scala L'altra metà del cielo è grigia

L’errore è mio. Avrei dovuto informarmi prima di andare a vedere L’altra metà del cielo, opera di danza classica con-le-musiche-di-Vasco in scena alla Scala di Milano

Vasco alla Scala L'altra metà del CieloL’errore è mio. Avrei dovuto informarmi prima di andare a vedere L’altra metà del cielo, opera di danza classica con-le-musiche-di-Vasco in scena alla Scala di Milano. Non avrei dovuto essere così sicuro che quei biglietti trovati a fatica mi avrebbero garantito meravigliosi balli con le sinfonie di un’orchestra che esegue musiche rigorosamente acustiche (cioè senza amplificazione) e strumentali (cioè senza la voce di un cantante) che mi sono tanto familiari. Non avrei dovuto darlo per scontato, anche se è normale aspettarsi un certo profilo nel più celebre dei teatri italiani, dove si esibiscono da chissà quanti anni i più grandi ballerini, cantanti lirici, e via dicendo, del mondo. Avrei evitato una grande delusione. Niente è stato come mi aspettavo. Tranne una cosa: il pubblico composto per lo più da fan di Vasco invece che da appassionati di danza e musica sinfonica. Su questo piano il rocker ha stravinto – fin dalla prima, il 3 aprile, il pubblico ha gremito La Scala. Ma era davvero questa la sfida?

Noto subito che nella “buca” non c’è l’orchestra. Stai a vedere che Vasco è riuscito a portarla sul palco, lui che sul palco ha costruito tutto. Sarebbe davvero un colpaccio. In sala scende il buio, si apre il sipario, ma dell’ensamble non c’è manco l’ombra. Con mio grande, enorme stupore, mi accorgo che la musica esce dalle casse sistemate ai lati del palco. Non è possibile. Dagli amplificatori arriva pure la voce di Vasco. Non ci posso credere. Ma come, siamo dentro a uno dei grandi templi della musica sinfonica mondiale e sto ascoltando un cd? Sono allibito e credo lo siano buona parte dei presenti. Molti sembrano spiazzati da questa “scelta”, almeno a giudicare dal primo, timido applauso: arriva 20 minuti dopo l’inizio. Poi il pubblico si scalda, com’è naturale che sia. Ma le standing ovation a cui sono abituati Vasco e la stessa Scala sono tutta un’altra cosa.

Anche le coreografie (di Martha Clarke) sono deludenti. Più che uno show di danza classica, L’altra metà del cielo è un musical. Si balla certo, ma si recita anche, e spesso le rappresentazioni sono piuttosto banali. Un esempio su tutti: mentre Vasco canta «…E Laura aspetta un figlio per Natale…» una ballerina con pancione (e tanto di mano che lo accarezza) entra in scena. Potrei citare altri esempi, ma credo sia sufficiente così. Non vorrei essere troppo duro, ma per gran parte della serata – un’ora la durata complessiva – ho avuto l’impressione di trovarmi in quei teatrini per le scuole medie, al mattino (chi non c’è stato?) con gli insegnanti che s’improvvisano attori e i bambini a chiedersi cosa diavolo stiano facendo. Naturalmente qui il livello è più alto, ma siamo alla Scala, il livello dovrebbe essere il più alto. Superlativo assoluto.

«L’Orchestra della Scala avrebbe anche suonato – mi dicono a fine spettacolo dall’entourage del Blasco – ma volevano lui a cantare. Te lo vedi nella “buca”?». In effetti, faccio fatica a immaginare la più grande rockstar italiana dentro il “golfo mistico” circondato da archi, fiati e compagnia bella. Però Vasco ha deciso di mettersi in gioco con un progetto ambizioso, e allora perché non onorarlo fino in fondo presentandosi tutte le sere a cantare per davvero? Anche volendo è in convalescenza, direbbe qualcuno, e allora mi chiedo: perché semplicemente non ha evitato di cantare? C’era il disco – è già primo in classifica – per dare spazio alla sua voce. La danza avrebbe potuto essere comunque accompagnata dalla sua musica in versione strumentale. Tutti avrebbero riconosciuto le sue canzoni comunque. Deciso questo, si poteva dedicare più attenzione alle coreografie e alla scenografia. Ma avrebbe significato togliere una parte dei riflettori dalla (non)presenza di Vasco e puntarli sul resto. È proprio questo il problema.

Commenti

Commenti

Condivisioni