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Thom Yorke e Nigel Godrich contro Spotify: ecco tutte le dichiarazioni

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Thom Yorke e Nigel Goldrich degli Atoms For Peace hanno aspramente criticato la piattaforma di streaming Spotify causando una pioggia di dichiarazioni da varie personalità della musica.

È il tema caldo del momento. Thom Yorke accusa Spotify e si scatena il finimondo. Il leader dei Radiohead ha deciso di togliere dalla piattaforma di streaming digitale le canzoni del suo album solista The Eraser e del progetto parallelo Atoms For Peace. Il motivo? Thom sostiene che le percentuali riconosciute agli artisti emergenti non siano adeguate. Insieme a Yorke anche l’immancabile Nigel Godrich – anche lui ha rimosso il suo album solista Ultraìsta – ha commentato la questione su Twitter.

«Spotify non è una cosa buona per la nuova musica, e la ragione è che con questo modello i nuovi artisti non vengono pagati un c…. È un’equazione che non funziona proprio. Si tratta di consolidare un modello che nel tempo produca grande valore. Nel frattempo le piccole etichette e i nuovi artisti non possono neanche tenere le luci accese. E questo non è giusto. La gente ha paura di parlare o di non partecipare perché gli si dice che se non prende parte al gioco perderà una enorme occasione di esposizione. Intanto, milioni di stream gli procurarono qualche migliaio di dollari, a differenza di quello che succede con la radio. Credo che il punto sia…che lo streaming è adatto al catalogo, ma non può funzionare come modo di promuovere le nuove opere artistiche. O Spotify e siti analoghi affrontano la situazione e cambiano il modello per le nuove pubblicazioni , o tutti i produttori di nuova musica dovrebbero essere così coraggiosi da togliere il disturbo. Senza nuova musica, quei siti non hanno potere».

Immediatamente sono arrivate le risposte. Il primo a parlare è stato il produttore musicale, Stephen Street: «Un po’ ipocrita che sia Thom York a dire che Spotify non funziona per i nuovi artisti. È esattamente ciò che dissi io quando qualche anno fa i Radiohead resero disponibile il loro album gratis (In Rainbow ndr) o a offerta volontaria. Una cosa che si adattava a delle superstar con dieci anni di investimenti della EMI alle spalle ma che non aiutava affatto gli artisti emergenti: dava il messaggio sbagliato che la musica non aveva valore. E ora, Thom, si ritorce contro di te!» è stato l’amaro commento.

Anche la risposta di Spotify non si è fatta attendere troppo, dicendo che entro la fine del 2013 distribuirà un miliardo di dollari ai titolari dei diritti. Il che segna un notevole incremento rispetto ai 500 milioni di dollari raggiunti dal 2008 alla fine del 2012. A cui Yorke ha prontamente risposto acidamente, sempre su Twitter, che saranno gli azionisti ad essere pagati, non certo gli artisti giovani.

Ad aggiungere la sua voce a quella dei due musicisti ci ha pensato Brian Molko, leader dei Placebo, i cui album non sono mai apparsi su Spotify: «Non vedo alcun problema nel pubblicarvi i propri singoli perché si trovano anche in radio e la gente li può “audiodirottare” da lì. Ma non colgo neppure il senso di negoziare diritti digitali ritenuti soddisfacenti dalla casa discografica in cambio della possibilità di pubblicare tutta la tua musica sui servizi di streaming. Le somme che potresti ottenere al momento mi sembrano trascurabili. È la stessa cosa che succede con Facebook: viene presentato come un’impresa a beneficio della società, ma non credo che la motivazione di chi lo gestisce sia di unire la gente. Semmai di creare ricchezza per se stessi. Lo stesso con Spotify: non credo abbia nulla a che fare con il combattere la pirateria o il fornire un servizio utile all’industria musicale o alle nuove band. Gli interessa solo far soldi a spese di altri. E’ una pura questione di profitto personale».

Infine a spezzare una lancia in favore della piattaforma di streaming ci ha pensato Brian Message in un intervista a Bbc Radio: «Penso che come me anche altri manager guardino a nuovi sviluppi tecnologici come quello di Spotify come a una cosa positiva. Internet innova davvero quando permette a fan e artisti di comunicare, e vogliamo vedere quell’opportunità svilupparsi, evolvere. (…) In quanto manager di Thom ovviamente devo stare attento e prendere nota quando dice “Ragazzi, dobbiamo essere sicuri di come funziona questa cosa”. Penso che il dibattito che ne sta nascendo sia ottimo. Giustamente lui domanda cosa ci guadagnino i nuovi artisti. Ma man mano che questo modello si ingrandisce penso che troveremo un luogo in cui artisti, manager e tutti i creatori potranno ricevere quello che considerano un equo compenso. Le cose non sono bianche o nere, è un’area difficile. Negli anni di internet ci sono stati oltre venti tentativi di riscrivere la legge sul copyright, senza che sia stato possibile arrivare a una soluzione soddisfacente. Ma alla fine dei conti la tecnologia non scomparirà, e continuerà a evolversi. Tocca a me in quanto manager lavorare con Spotify e altri servizi di streaming per garantire il più possibile il guadagno agli artisti che rappresentiamo. Ripeto: non è facile, ma è bello che se ne stia discutendo». Anche in questo caso la risposta di Godrich è arrivata puntuale: «Message ha o potrebbe avere investito in quella società, e questo spiegherebbe molte cose». Insomma, la battaglia è appena cominciata.

 

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