Per fortuna c’è Angus!

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di Jacopo Casati
Foto di Francesco Prandoni

Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola, 9 luglio 2015. Gli AC/DC hanno radunato una folla oceanica in occasione della loro unica data italiana. Pubblico in attesa sin dal pomeriggio per rendere il giusto tributo a una band leggendaria, tra le più grandi dell’intera storia del rock.

Il colpo d’occhio dell’Autodromo alle ore 21.00 è impressionante: una distesa di 92mila anime che si estende dal pit antistante il palco fino alla cima della Rivazza, in un tripudio di cornine luccicanti. Rock Or Bust viene anticipata da una serie di fuochi d’artificio che annunciano l’arrivo del gruppo australiano. L’audio è altissimo nelle prime file e centralmente, mentre lateralmente il volume è più modesto ma si alzerà col passare dei minuti.

Due capolavori come Shoot To Thrill e Back In Black scatenano la festa dei presenti. Si salta, si balla, ci si abbraccia e si urla, anche se a onor del vero gli AC/DC sembrano piuttosto affaticati sin dalle prime battute. Brian Johnson per buona parte della prima ora di show appare parecchio giù di voce, più a proprio agio sui brani dell’epoca Bon Scott che sulle produzioni degli anni Ottanta. I quasi 68 anni si fanno inevitabilmente sentire, ma lui ce la mette comunque tutta, specialmente dal punto di vista fisico, muovendosi da una parte all’altra del palco e coinvolgendo i fan.

Fan che sui pezzi del nuovo album Rock Or Bust rimangono abbastanza impassibili. Il pubblico, grandi classici a parte, è poco partecipativo anche su brani iconici come High Voltage, Shot Down In Flames e Sin City. La folla si riscatta invece con You Shook Me All Night Long, Hells Bells e Highway To Hell, cantando i ritornelli all’unisono e saltando senza sosta. C’è da dire che la scelta (o necessità?) della band di fare pause di circa 30 secondi dopo ogni canzone per riprendere fiato non aiuta a mantenere alto il ritmo e, con esso, l’entusiasmo degli spettatori, che va a ondate esattamente come la musica che arriva dal palco.

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La seconda parte di scaletta vede fortunatamente un cambio di marcia. Gli AC/DC sono ora più aggressivi anche grazie al batterista Chris Slade, sostituto di Phil Rudd, che dà energia a tutta la sezione ritmica e di conseguenza al resto della band (alcuni brani erano più lenti rispetto alla versione in studio). La conclusione (prima del doppio bis) con Whole Lotta Rosie e Let There Be Rock lascia semplicemente senza parole, grazie all’interminabile assolo di Angus Young.

Già Angus. Per fortuna c’è Angus! Il piccolo e fenomenale chitarrista inchioda su di sé gli occhi della folla fin dal primo riff. La sua energia è inesauribile, il coinvolgimento e la dedizione che dedica a ogni assolo e all’interazione col pubblico è commovente. E nonostante anche lui sia umano e come tale impreciso (per esempio l’attacco non a tempo di Thunderstruck), è lui senza discussione il vero dominatore della serata, icona vivente del genere e protagonista di quello che resterà comunque un evento da ricordare a lungo.

Il popolo rock ha celebrato una band che, incertezze a parte, merita comunque di essere vista almeno una volta nella vita. Per quanto riguarda la scelta della location e la macchina organizzativa invece, il discorso è più complesso. Se da un lato è apprezzabile e da sottolineare lo sforzo di rendere l’area dell’Autodromo maggiormente all’avanguardia rispetto al passato (accessi migliorati, diversi punti di ristoro, schermi posizionati in varie zone per far vedere anche a chi è distante dallo stage cosa accade sul palco), rimangono alcuni dubbi sul sistema di deflusso del pubblico in occasione di concerti tanto partecipati, sia dall’area dello show sia (soprattutto) dai parcheggi esterni alla stessa. Un tema, quello degli spazi dedicati ai grandi raduni rock in Italia, che anche dopo questa serata di festa, sarà ancora per parecchio al centro del dibattito tra promoter, addetti ai lavori e pubblico.

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