Adele è una vera forza della natura (e fa morire dal ridere)

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Arena di Verona, 29 maggio 2016. Se avete assistito al concerto di Adele sabato sera sappiate che siete più fortunati di noi che ci siamo stati domenica. Livello comunque altissimo, ma c’è stata una grande differenza tra i due show: il primo è durato mezz’ora in più del secondo. Lo so perchè ho commesso l’errore che facciamo tutti spesso: se un artista ha in programma più di una data, mai leggere quello che è successo nei concerti precedenti! È un auto-spoiler che oltretutto genera aspettative che rischiano di non essere soddisfatte. Io, per esempio, sono stata seduta un’ora e mezza convinta che avrei ascoltato la mia canzone preferita di Adele – avevo letto la scaletta del giorno precedente – e invece sono rimasta a bocca asciutta. Probabilmente la differenza tra il concerto di sabato e quello di domenica è stata una conseguenza del rischio di pioggia, o forse della stanchezza. In ogni caso, un po’ di amarezza rimane.

Se sei al concerto di Adele si presume che tu sappia chi è Adele. Sai che ti farà commuovere, che piangerai. Se hai avuto modo di guardare qualche sua intervista però (quella con Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa o il Carpool Karaoke con James Corden, per esempio) sai anche che Adele è estremamente simpatica. È come avere davanti due persone ben distinte che convivono nello stesso corpo. Una è impeccabile, non sbaglia una nota, ha gli occhi lucidi mentre canta davanti a tutti i suoi amori sbagliati e i suoi cuori spezzati; l’altra, invece, è goffa, dice “fuck” almeno due volte in ogni frase, ride sguaiatamente e balla alzandosi la gonna. Una sorta di Dr Jeckyll e Mr Hyde ricoperto di brillantini.

Nel tempo all’artista inglese è stata affibbiata l’etichetta di “tristona”, come spesso capita – colpa soprattutto della leggerezza dei social network – a chi, semplicemente, ha dei momenti no nella vita. Capita a tutti di soffrire per amore, ma se scrivi che sei triste non sei per forza una musona. Adele ha dimostrato parecchio tempo fa che due anime anche distanti possono convivere senza problemi nella stessa persona. Ascoltare per intero i suoi album ti può chiudere in un silenzio che solo un gelato al cioccolato può interrompere, guardare le sue interviste può farti cadere dalla sedia per le risate. È una grande intrattenitrice, punto. Una di quelle che saprebbe tranquillamente sostenere una stand up comedy ma che, tanto per dire, ha anche una delle voce più belle in circolazione.

Alle 21 spaccate Adele sale sul palco senza grandi annunci, con un vestito lungo ricoperto di paillettes e un k-way trasparente. Più tardi, quando se lo toglierà per tornare a essere l’elegante donna che tutti conosciamo bene, con la sua sempre perfetta riga di eye-liner, ci dirà che voleva essere come tutti noi, il “pubblico più colorato che abbia mai visto”, una distesa di pulcini bagnati che dall’alto sembra una grande bandiera arcobaleno. Le persone ancora non si sono tutte posizionate ai loro posti ma lei è inglese, a lei non interessa, non può tardare nemmeno di un minuto. La splendida doppietta HelloHometown Glory, quindi, viene leggermente disturbata dai ritardari, ma il primo di una lunga serie di pacchetti di fazzoletti già è finito.

Con One and Only arriva il primo contatto con il pubblico: “Volevo dire a quella ragazza se gentilmente piò smetterla di filmarmi. Sono proprio qui, dal vivo, per davvero”. In effetti – come succede ormai sempre ai concerti – la maggior parte delle persone guarda lo show tramite lo schermo del telefono o del tablet. Il punto è che Adele è una persona che tiene molto al rapporto con il pubblico, guarda le persone negli occhi, le indica, le incita. Fate una foto, mandate una nota vocale alla vostra amica innamorata non corrisposta e spegnete quel dannato smartphone!

Adele non ha bisogno di una scenografia, basta lei a riempire il palco: c’è la sua presenza, la sua orchestra, tre coriste e dietro di lei un grande ledwall dove le immagini (rigorosamente in bianco e nero) del suo viso si alternano a quelle della platea. Basta. La sua voce sembra registrata, per i primi due pezzi ho quasi avuto paura che fosse in playback. Una tazza di the (o almeno, io credo fosse the) è l’unico orpello che si concede.

Adele è una mamma che chiede se il bambino in prima fila ha bisogno di una coperta. Adele è una donna che vuole far sapere a tutti, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito, che canterà una sfilza di canzoni che non hanno niente a che fare con la felicità. Adele è una grandissima performer che tira fuori la sua voce potente con una facilità disarmante. Senza sforzo, senza difficoltà, come cantasse la ninna nanna a suo figlio, quando invece di fronte ha un’Arena di Verona in cui non c’è nemmeno un posto libero.

Si prosegue con Water Under the Bridge e Rumour has It, “le canzoni movimentate ce le togliamo subito, così, una dietro l’altra” e Adele si lascia addirittura andare a passetti di danza. Il momento senza fazzoletti però dura poco: Skyfall e Million Years Ago ce le presenta entrambe in acustico, con la sua voce accompagnata solo da una chitarra. Da brividi lungo la schiena.

Send My Love (To Your New Lover) è l’ultimo singolo uscito in ordine di tempo: il titolo non lascia spazio all’immaginazione, ma lei ci tiene comunque a spiegarci cosa c’è dietro. “Tutti abbiamo una persona da mandare a fanculo, dai miei primi due album forse vi siete accorti che ne avevo una anche io”. Adele è cresciuta, ha creato una famiglia, è più felice, eppure a quanto pare i fantasmi del passato non vogliono proprio lasciarla stare. “Vuoi che scriva un intero album su di te? No perché sai, posso tranquillamente farlo”.

Make You Feel My Love è uno dei momenti più toccanti e delicati e le luci di tutti i cellulari si accendono e  illuminano quasi a giorno tutta l’Arena mentre Adele intona “la canzone che mi ha cambiato la vita”: è Someone Like You.  La cantano praticamente tutti i presenti all’unisonoSet Fire to the Rain When We Were Young ci aiutano un po’ ad asciugarci gli occhi con la manica del k-way e il finale è – giustamente – lasciato all’energia di Rolling in the Deep: tutta l’Arena si alza in piedi come da richiesta della cantante inglese e tanti coriandoli bianchi scendono come neve sulle nostre teste. Ci accorgeremo più tardi che ogni coriandolo è in realtà un fogliettino con il titolo di una sua canzone scritto sopra.

Non c’è stato un errore, uno scivolone, un passo falso. Si ride mentre si piange, si piange mentre si ride, per tutto il tempo. Alla fine, però, viene da chiedersi perché abbia punito noi del secondo giorno così: è giusto sacrificare dei brani per un siparietto (carinissimo, per carità) con dei bambini che non capiscono nemmeno quello che stai dicendo loro? È giusto lasciare fuori la struggente Don’t You Remember ma soprattutto quella Chasing Pavements che l’ha fatta conoscere a tutti, prima di Someone Like You e dell’Oscar per Skyfall? Mentre mi pongo queste domande sono già fuori dall’Arena e non piove più. Continuo a essere zuppa, sono stanca e provata, col trucco colato, ma immagino Adele azzannare un meritato hamburger e penso che Chasing Pavements la ascolterò dal vivo la prossima volta, perché sicuramente a sentire Adele ci tornerò, perché è davvero impossibile essere arrabbiate con lei.

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