Il concerto degli Afterhours a Milano è stato potente e trascinante, bellissimo

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di Claudio Morsenchio
Foto di Emanuela Giurano

Market Sound, Milano, 14 luglio 2016. Il ritorno alla musica live degli Afterhours era uno dei più attesi dell’estate. Molto, forse troppo si è parlato del personaggio Manuel Agnelli e delle sue scelte sfrontate e spiazzanti degli ultimi tempi, senza dare rilevanza al gruppo e soprattutto alla musica. Manuel non ci ha badato molto come sempre, continuando dritto a camminare per la sua strada, facendo parlare i suoi testi, scrivendo un album bellissimo, Folfiri o Folfox di recente pubblicazione, e preparandosi al meglio per la lunga stagione dal vivo.

Il palco del Market è molto grande ma impersonale, visto l’allestimento previsto per la lunga kermesse estiva: gli After si prendono tutti gli spazi, circondati da potenti luci e da un telo nero che giganteggia sulle retrovie con la copertina del nuovo lavoro. Manuel parte acustico con Grande e Ti cambia il sapore: il suono è ancora da assestare ma il timbro della band è da subito aggressivo e convincente. Sulla sinistra spicca una bellissima Ludwig arancione trasparente, suonata da un bravissimo Fabio Rondanini, ormai in pianta stabile e sempre più protagonista.

«I cerchi vanno chiusi dentro se stessi e non fuori» dice Agnelli presentando Non voglio ritrovare il tuo nome, una delle ballate più belle del nuovo disco. Il sound complessivo piano piano migliora ed il concerto prende corpo: ottime le versioni di Padania e Nè pane nè pesci. Manuel prende in mano la chitarra elettrica, supera le spie davanti a sè, si prende gli applausi e senza dire una parola attacca una potentissima Male di miele, uno degli inni più famosi della band.

Il live è come sempre multiforme e spazia dai dissacranti suoni di Iriondo fino ad atmosfere più raccolte: intima la versione con Agnelli al piano di L’odore della giacca di mio padre – che raccoglie tutto il significato di Folfiri o Folfox – e scanzonata l’interpretazione di Se fossi un giudice. Presentato in modo ampio e convincente il nuovo lavoro, ora gli Afterhours possono riportare alla luce un po’ di passato dedicandosi a qualche hit di repertorio. Seguono fra le altre Riprendere Berlino, Le verità che ricordavo e un’inaspettata Strategie (clicca qui per leggere la scaletta completa).

«Vent’anni fa ho scritto una canzone sul pop, ora ne ho capito il vero significato» sentenzia Agnelli introducendo Pop (una canzone pop) acustica e cantata da tutti (che da sola vale il prezzo del biglietto), poi lancia Non è per sempre che viene accompagnata da un affettuoso battito di mani. Manuel ringrazia tutti i tecnici per la pazienza nella preparazione dello show, ma ha ancora voglia di suonare: per i bis finali facciamo ancora un salto indietro nel tempo con Quello che non c’è, Bianca e la conclusiva Bye Bye Bombay, il cui ritornello viene lasciato al roboante cantato di tutto il pubblico.

Quello a cui abbiamo assistito è stato un bellissimo show: potente, espressivo e trascinante. Al di là dei recenti gossip e delle banali dicerie di ogni tipo, gli Afterhours hanno dimostrato ancora una volta di essere prima di tutto una band costruita saldamente su idee, suoni e messaggi persuasivi e che l’importante personalità del loro frontman è rimasta intatta nel tempo e ancora magicamente creativa. Manuel, per noi è un sì.

Le foto del concerto

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