Gli Afterhours sono sempre gli Afterhours. La recensione del concerto di Milano

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Continua l’Io so chi sono tour degli Afterhours. La recensione del concerto al Conservatorio di Milano del 6 febbraio 2015.
Foto di Francesco Prandoni

Auditorium del Conservatorio, Milano, 6 febbraio 2015. Gli Afterhours portano in scena all’Auditorium del Conservatorio di Milano il loro nuovo tour teatrale, il primo dopo la dipartita (con non poche polemiche) dello storico batterista Giorgio Prette e del chitarrista Giorgio Ciccarelli. Non è un caso che questa nuova serie di concerti si chiami Io so chi sono, come a voler ricordare che nonostante tutto e tutti l’identità del gruppo rimane radicata. Dall’alto delle gradinate dell’Auditorium si può ammirare il palco colmo di strumenti, disposti in maniera scenografica: è facilmente intuibile che stasera la vera protagonista sarà la musica.

Sono le 21.30 quando, dopo l’arrivo di Piero Pelù ospite tra il pubblico, calano le luci e lo spettacolo ha inizio. Manuel Agnelli fa il suo ingresso dalla cima della lunga scalinata della sala intonando il testo di Io so chi sono. “Niente può far male di più non più di essere me stesso”, recita Agnelli con fare quasi religioso. Un volta arrivato sul palco ad accompagnarlo, oltre a Rodrigo D’Erasmo, Xabier Iriondo e Roberto Dell’Era, anche Fabio Rondanini alla batteria e Stefano Pilia alle chitarre e al contrabbasso. Il suono distorto e tagliente, marchio di fabbrica del gruppo, contrasta con la rigorosità dell’Auditorium. La fatica del pubblico a stare seduto e stipato nelle poltrone è palpabile, soprattutto con canzoni come Sulle labbra, Baby fiducia e Ballata per la mia piccola iena.

In Costruire per distruggere i suoni e le immagini (curate da Graziano Staino) trasmesse sui pannelli che fanno da sfondo al palco creano un senso di smarrimento destabilizzante. Il tema dell’identità è il filo conduttore dello spettacolo, lo dichiara Agnelli stesso prima di interpretare Place To Be, brano del 1972 del cantautore inglese Nick Drake. Assistere a questo concerto fa l’effetto di una seduta di psicoanalisi, dove il gruppo instaura un dialogo introspettivo e una riflessione aperta con gli spettatori. A fine spettacolo (o meglio percorso) il pubblico è rassicurato: nonostante le perdite di questi ultimi mesi, gli Afterhours sono sempre gli Afterhours. Come recitava Agnelli a inizio serata: “oggi ho avuto un dono, oggi so chi sono”.

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