Gli Alt-J rischiano di restare prigionieri della propria fama

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di Emanuele Mancini
Foto di Roberto Panucci

Ippodromo delle Capannelle, Roma, 14 giugno 2015. Postepay Rock in Roma riparte con uno dei nomi di maggior richiamo del momento, gli Alt-J, presenti ormai come headliner in tutti i festival più importanti del pianeta. L’ultima volta a Roma, due anni e mezzo fa, suonarono al Circolo degli Artisti: erano in tour con il loro primo disco An Awesome Wave, la loro fama era in crescita e registrarono facilmente un sold out (ne scrissi per Onstage qui).

L’uscita del loro secondo disco mi aveva deluso: l’hype intorno alla band era alle stelle, era di sicuro uno degli album più attesi dell’anno ma, a parer mio, non aveva centrato l’obiettivo. Mancava di verve, di brani, la formula non si discostava per niente da quella del primo lavoro e lo abbandonai soltanto dopo pochi ascolti. Nel frattempo, però, la loro notorietà continuava ad aumentare esponenzialmente a livello mondiale, tanto da passare dalla dimensione dei club a quella dei palazzetti da cinque/diecimila persone. Com’era possibile? È con questo enorme punto di domanda sulla fronte che sono tornato a vedere gli Alt-J, per trovare le motivazioni di un’esplosione a me tanto misteriosa. Dal vivo, si sa, è tutta un’altra cosa, e forse è in questa convinzione comune che si nasconde la risposta che cerco.

Gli Alt-J si presentano sul palco con la solita disposizione in linea, divisa total black e una scenografia di luci composta da un’enorme parete a led che insieme alle immagini racconta visivamente il concerto dando una sostanziale marcia in più allo spettacolo. L’apertura è affidata a Hunger of the Pine: il folto pubblico risponde molto calorosamente sin dalle primissime battute sorprendendomi, in questa occasione come la prima volta che li vidi, perché si spinge a cantare intere strofe, non solo i ritornelli, e non solo delle canzoni più note. Questo sottolinea un’attenzione particolare, un legame pubblico-artista che raramente ho visto con gruppi stranieri. Il pubblico degli Alt-J è un pubblico attento. Bene: mi appunto questo indizio sul taccuino.

Il concerto prosegue con un’equilibrata alternanza di pezzi vecchi e nuovi e con i grandi successi sparati in sequenza: a Fritzpleasure segue Something Good, l’hendrixiana Left Hand Free e subito Dissolve Me, Matilda e Guitar. La scaletta va col pilota automatico e senza grandissime emozioni, nonostante i boati del pubblico mi dimostrino tutt’altro coinvolgimento. Che gli Alt-J si limitassero a svolgere egregiamente il loro compito senza esagerare lo sapevo e immaginavo che la situazione non potesse essere cambiata di molto in così poco tempo. D’altra parte non sono i Pearl Jam: qualcuno dirà per fortuna, io dico purtroppo. Ma va bene così: il concerto è di alto livello, dalla cura dei suoni alla performance.

Il primo bis è la bonus track di This is All Yours, la cover di Lovely Day di Bill Whiters, uno degli episodi più riusciti dell’ultimo disco, per passare alla suite di Nara (NaraLeaving Nara) e alla conclusiva Breezeblocks, che fa ballare e cantare tutti quanti, anche il pubblico più maturo che quel Please Don’t Go – I Love You So lo conosce bene da più di trent’anni.

Prima di andare via un gruppo di ragazze mi chiede di fare loro una foto, in modo che si vedano anche gli Alt-J sul palco: la loro età media è vent’anni, forse qualcosa di meno. A fine concerto mi guardo intorno e vedo sparuti gruppi di trenta-quartantenni diluiti in un mare di adolescenti. Penso agli Alt-J oggi e penso alla parabola dei Coldplay, che con il loro primo disco immortalarono in maniera eclatante il suono del momento, per poi venire artisticamente annichiliti dalla loro fama. Me ne vado e ancora mi manca qualche tassello, non ho ancora una risposta. In testa ora ho qualche melodia, e un po’ di nostalgia.

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