Antony And The Johnsons a Roma, veicolare il messaggio tramite le cover

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Antony And The Johnsons in concerto a Roma il 1 luglio 2013 ha eseguito soprattutto cover, scelte in modo da veicolare il suo messaggio. Leggi la recensione del live.

Cavea Auditorium Parco della Musica, Roma, 1 luglio 2013. Antony Hegarty e i suoi The Johnsons tornano a Roma, nella cavea dell’Auditorium di Renzo Piano, di sicuro la location più suggestiva dell’estate concertistica della Capitale. Tornano con un concerto sui generis, uno spettacolo composto quasi esclusivamente da cover di autori più o meno noti, apparentemente slegati fra loro per stile ed epoca, uniti solo dall’amore che Antony prova per delle canzoni che in un modo o nell’altro hanno segnato la sua crescita artistica e la sua vita. Il concerto ha dunque il sapore del divertissement, una piccola vacanza dal mondo struggente della musica di Antony; e come tutte le vacanze che si rispettino, ci si prepara una compilation dei brani che più amiamo da ascoltare in viaggio.

Sarebbe bello capire il perché di ogni scelta. Ci accontentiamo delle poche spiegazioni che l’artista ha dato sul palco e anche, soprattutto, di quello che abbiamo ascoltato. Il concerto si apre con For All We Know di Billie Holiday: Antony, accompagnato dai The Johnsons in versione piccola orchestrina swing, canta le prime note e la sua voce cancella ogni altra cosa. Torno in me soltanto a fine esecuzione, con la sensazione di aver assistito uno dei più grandi cantanti della musica contemporanea omaggiare la sua madre spirituale: Amy Winehouse che interpreta una canzone di Ella Fitzgerald, per capirci. Il secondo brano va già da tutt’altra parte e lascia spiazzati: Returnal del musicista sperimentale newyorkese Oneohtrix Point Never e molto più interpretata e meno passionale. Alla terza canzone A Children of God (It’s Hard to Believe) della cantante Millie Jackson, torna di nuovo a cantare con l’anima e il pathos propri della più navigata delle soul singers. Dopo un po’ il divario risulta palese: c’erano brani che Antony sapeva a memoria, che sarebbero tranquillamente potuti essere i suoi, e altri per i quali aveva bisogno di leggere il testo, di seguire le linee guida della struttura musicale, che risultavano più freddi e scolastici. Questo saliscendi emotivo caratterizzerà tutto lo spettacolo, rendendolo disomogeneo e non pienamente vincente.

Ma, evidentemente, la necessità non era soltanto quella di portare dal vivo canzoni alle quali era legato affettivamente, come I Will Survive di Gloria Gaynor (la prima canzone che cantò nella sua prima esibizione in pubblico) o Candy Says del suo nume tutelare Lou Reed. L’idea è quella di veicolare un messaggio e sviluppare un discorso, anche a scapito della resa finale dello spettacolo, che troppo facilmente sarebbe potuto diventare un concerto di “belle cover” interpretate magistralmente. I brani scelti sono legati dal tema dell’accettazione, della maternità (e paternità), dall’amore sofferto, messo da parte, tenuto in silenzio: tutto ciò che la vita di Antony rappresenta e ha rappresentato. Su tutte le canzoni in scaletta (a parte le tre canzoni prese dal suo repertorio, Cripple and the Starfish, Cut The World e You Are My Sister), ha spiccato una lunghissima e ipnotica versione di Motherless Child, uno spiritual tradizionale, che Antony ha voluto dedicare a tutti i bambini gay che crescono nei paesi più ostili all’omosessualità, mettendo come ultimo paese della lista anche l’Italia.

Un concerto unico nel suo genere, un atto d’amore guidato dalla voglia di veicolare un messaggio con l’emozione della voce, una voce unica, mai sopra le righe, elegante e profonda, che cerca soluzioni inaspettate e mai popolari. Molti fan sono andati via delusi, sorpresi dalla scelta di cantare quasi esclusivamente cover. Un vero artista deve seguire il suo cuore restandogli sempre fedele, e di questo non possiamo che essere grati ad Antony.

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