Arcade Fire, show da primi della classe al Postepay Rock In Roma

foto-concerto-arcade-fire-roma-23-giugno-2014

Arcade Fire protagonisti al Postepay Rock In Roma con un concerto di rara intensità. Ecco la recensione dello show del 23 giugno 2014.  Foto di Roberto Panucci

Ippodromo delle Capannelle, Roma, 23 giugno 2014. Nella settimana calda del Postepay Rock in Roma è il turno degli Arcade Fire. Il giorno successivo al mega evento dei Rolling Stones si torna a Capannelle per ospitare una band che la storia la sta scrivendo a colpi di riconoscimenti unanimi di pubblico e critica. Gli Arcade Fire militano puntualmente nelle classifiche di fine anno dei migliori album. Ma anche in quelle dei dischi del decennio. Dopo l’uscita di Reflektor, nell’ottobre scorso, sono finalmente nella Capitale, per la prima volta.

Il successo internazionale della band è confermato da una grande risposta di pubblico. Si parte puntuali alle 21:45. E sono subito sorprese. Appare in scena un manipolo di uomini dalle teste giganti. Non saprei dirvi se la Fake Band, alle prese con Rebellion (Lies), nasconda una deissi recondita. Lì per lì penso ai Devo, per via degli occhiali indossati da uno dei testoni. Proprio mentre la folla smorza gli ululati d’approvazione nello spaesamento dell’attimo, compaiono i veri Arcade. E si ri-parte con Reflektor. Il giochino del siparietto più l’impatto del capolavoro infiammano il pubblico. Lo schermo luminoso irradia sequenze geometriche e lisergiche. Il palco è ora ben illuminato, e appare rimpicciolito, data la presenza di una quindicina di musicisti e un numero incalcolabile di strumenti. Spiccano i vestiti sgargianti della band, i microfoni bianchi, e la sezione percussiva travestita da Village People.

Guarda le foto del concerto.

L’elemento cardine dello show è mutuato dall’ultimo lavoro. Le superfici riflettenti sono ovunque. Sulle percussioni – credo fossero brandelli di CD – sul vestito di paillettes di Régine Chassagne, sugli specchi esagonali che campeggiano dallo zenit del palco. Trapped In A Prism / In A Prism Of Light: la band e la nostra attenzione. Tutto è imprigionato in quel caotico prisma di luce. L’esplosione di colori è un calzante riverbero alla ricchezza sonora, dalla portata devastante.

Sono certo di non aver mai assistito ad un concerto rock così ricco di timbri. L’insieme è talmente saturo di frequenze e armoniche che è impossibile scindere la materia musicale. Sono le voci, le percussioni e i synth a farla da padrone, come suggerisce Flashbulb Eyes, ma ogni strumento avrà la sua parte: come il basso in Neighborhood #3 (Power Out).
Regina ha il naturale compito di emozionare attraverso la gioiosità del suo sorriso. La sua voce squillante e ben impostata non fatica a sovrastare il traboccante tappeto sonoro. In We Exist e Afterlife la vediamo completamente ricoperta da una veste 100% Reflektor, mentre danza con lo scheletro spauracchio: futurismo glam e pseudo-horror. Tutto questo stona completamente con gli atteggiamenti di Butler, che dopo un inizio tutto sommato carico tende ad incupirsi. E ripenso a questi versi: Alone on a stage / In the reflective age. Non saprei dirvi fino a che punto il suo atteggiamento tradisca una certa stanchezza. Forse lui è così, e le mie sono solo suggestioni. Fatto sta che la cosa è piuttosto curiosa: in tutto quel ludico sfarzo di coriandoli e colori Win sembra accusare le pressioni di questa età che riflette e fa riflettere.

La suggestione cessa quando lo stesso Butler torna sul palco per il primo encore: la sua testa è ora gigante e ha le sembianze di Papa Francesco. Pie Jesu, con quel suo intro etno, sembra omaggiare le origine argentine del pontefice. Preludio per Here Comes the Night Time, uno dei momenti da ricordare assieme a Reflektor e We Exist, sebbene tutta la scaletta abbia riscosso un successo straripante. Si chiude con Wake Up, e la band lascia il palco alla sezione percussiva che saluta il pubblico con una coda tribale.
Gli Arcade Fire sono ammirevoli. È raro assistere ad un concerto del genere. Come la loro musica così il live degli Arcade appare magniloquente, variopinto e imprevedibile. Dopo due ore il pubblico è appagato. Qualcuno però mal cela in volto il tarlo del dubbio, quasi fosse incapace di giustificare quanto accada tutt’attorno. Come rapito da un mantra: I thought I found a way to enter / It’s just a Reflektor.

Altri articoli su questo concerto

Commenti

Commenti

Condivisioni