Arcade Fire a Londra: canadians do it better

Arcade Fire

Gli Arcade Fire hanno aperto il tour europeo in Inghilterra, con una doppia serata all’Earl’s Court One di Londra. In attesa di vederli in Italia, Onstage è andato a “sbirciare” lo show dei canadesi. Ecco la recensione del concerto.

Earl’s Court One, Londra 6 giugno 2014. Dopo aver assistito alla prima delle due date del “Reflektor Tour” degli Arcade Fire, ho capito la differenza tra la cultura musicale italiana e quella anglosassone. Non sono un’esterofila convinta, amo il mio Paese. Ma è bastato osservare la velocità con cui scorreva la coda fuori dall’immenso Earl’s Court e la civiltà delle persone che rispettavano il proprio posto per capire chiaramente quanto l’Italia sia lontana dall’Inghilterra.

Ho capito che per andare ad un concerto a Londra, ti puoi vestire e agghindare come più ti aggrada, tra tutine di ecopelle con Union Jack stampate e uomini old style in minigonna e tacchi. Ho capito che quando vai ad un concerto a Londra, non importa l’età che hai, la Lady di fronte con il suo carico di anni sulle spalle ballava come non ci fosse un domani. Ho capito che, malgrado la presenza di un numero indefinibile di persone, torni a casa sana e salva, niente disordini, e nessuno si rompe le ossa malgrado il livello alcolico decisamente alto – tu cercavi aria e inevitabilmente inalavi alcool.

Ho capito che quando vai a un concerto a Earl’s Court, in realtà assisti a una serie di performance prima, il live per cui hai deciso di prendere ottomila coincidenze pur di non perdertelo, e un dj set che allieta il post. Niente eventi nascosti o braccialetti V.I.P.: è tutto lì, a portata di gambe. Ho capito che se sul programma c’è scritto che alle 20.15 gli Arcade Fire inizieranno a suonare, puoi essere sicura che non fai in tempo a finire la parola “Q-U-I-N-D-I-C-I” che i canadesi inizieranno, più puntuali del solito sciopero dei mezzi pubblici del venerdì (in Italia).

Due palchi, uno grande quanto una navicella e uno più piccolo posto al centro della platea. Stroboscopiche che abbagliano tutto l’Earl’s Court. Gli Arcade Fire arrivano sul palco nei loro abiti pop anni Ottanta. Win Butler e la sua giacca che rimanda ai Clash di I’m So Bored With The USA, con l’occhiale nero sotto cui si nasconde il classico trucco corvino – che deve essere waterproof, senza ombra di dubbio. La band spinge sull’acceleratore nella fase di decollo, ma il pubblico inglese funziona come un diesel, fatica ad emozionarsi. Quando però decide di premere il tasto “on”, sulle note di Flashbulb Eyes, niente riesce più a contenerlo. Platea e spalti sembrano un unico cuore pulsante, atri e ventricoli che cadenzano un ritmo regolare.

A Londra, a fare lo stage diving, è la chitarra di Butler, che gli torna tra le mani dopo un lungo giro – e non senza qualche esitazione, va detto. Le luci fluo ad intermittenza, le strobo accese qua e là, il dress code, tutto rimanda ad una tela art pop dove ci sono i colori di quell’indie-folk-rock-postdance – e chi più ne ha più ne metta – firmato Arcade Fire.

The Suburbs è un momento intimo e condiviso con le voci della gente. Se potessi usare un hashtag per descrivere gli Arcade Fire, sceglierei #canadiansdoitbetter. Non me ne vogliano gli italiani e gli inglesi, ma la potenza e la capacità di sorprendere dei canadesi sono straordinarie. Cambi di formazione improvvisi, tanto che perdi di vista Règine “Champagne” e la trovi alle percussioni e alla batteria, e varietà di suoni. Già Reflektor segnava il punto sulla questione. Il “Reflektor Tour” evidenzia – con colori fluo – quanto open-mind sia questo gruppo, tanto che ti gira la testa, e tra Rebellion, Reflektor, Empty Room Black Minor perdi inesorabilmente la voce.

Ready To Start e l’Earl’s Court sembra in marcia, con i piedi che si alzano e stentano a ritoccare terra. Dopo AfterLife, Règine sul palco più piccolo e il marito su quello principale cantano in sincro. Il loro valore come musicisti è lì, si respira come ossigeno. Corrono le lancette e alle 22.15, mentre il palco sembra svuotarsi, la gente chiede una “one more song”. Sul palco arriva la musica dei Verve, con Bitter Sweet Symphony che introduce i canadesi ancora una volta. We Up e Here Comes The Night Out, il tendone scende e i polmoni possono rallentare l’inspirazione e l’espirazione, dopo una maratona di due ore.

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