Archive, una storia lunga vent’anni in una sola sera

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Gli Archive hanno inaugurato il mini tour italiano con una splendida esibizione a Bologna. La recensione del concerto dell’11 marzo 2015.

Estragon, Bologna, 11 Marzo 2015. Nella prima delle loro tre date italiane gli Archive non si fanno attendere e alle 21 spaccate salgono sul palco fra gli applausi del pubblico (500 circa fra trenta-quarantenni e qualche ventenne, tutti pronti per immortalare la serata con i loro smartphone). Si pesca subito da Restriction, il nuovo album che dà il nome al tour del collettivo britannico. Dei tre attuali vocalist che formano la frontline della formazione è il belloccio Dave Pen ad aprire le danze con Feel It,  singolo à la Radiohead condito con una bella dose di garage rock che viene contrappuntato da alcuni visuals proiettati alle spalle della band.

Sono le stesse immagini di pattern geometrici che appaiono nell’enorme schermo che si trova alle spalle degli Archive nel videoclip promozionale del rispettivo brano. Questo singolare gioco di rimandi fra brano e videoclip poi si ripete ogni volta che in scaletta compaiono altri singoli del nuovo album (Kid Corner, Black and Blue e l’applauditissima End of our Days) per i quali il microfono passa alla bella e talentuosa Holly Martin, ultimo azzeccatissimo acquisto del collettivo che con la sua voce ammaliante dal 2012 è andata a sostituire la pur brava ma meno convincente Maria Q.

Lo show prosegue poi con l’entrata in scena di Pollard Berrier che il pubblico accompagna alla voce su Dangervisit scandendo lo slogan «Feel, Trust, Obey», per poi sommergerlo di applausi appena partono le prime note di Bullets. Nel frattempo i due cofondatori della band Darius Keeler e Danny Griffiths, entrambi alle elettroniche, sono sistemati rispettivamente all’estrema sinistra e destra del palco, il viso dell’uno rivolto verso quello dell’altro. Il primo, in modo plateale agita le braccia come a voler dirigere gli altri musicisti, mentre il secondo è silenziosamente concentrato sulla sua strumentazione dalla quale non allontana praticamente mai lo sguardo. Nelle retrovie, basso, batteria, percussioni e prima chitarra (all’altra si avvicendano con incredibile destrezza Pen e Berrier) con tecnica e coordinazione impeccabili contribuiscono a restituire fedelmente il sound eclettico del collettivo londinese che spazia con disinvoltura da suadenti tappeti trip hop a martellanti ritmi industrial ed esce dall’impianto del locale particolarmente definito e avvolgente.

Più volte criticati per una supposta mancanza di coesione attribuibile ai numerosi cambi di formazione nella band, in realtà gli Archive stasera interagiscono fra loro con una precisione esemplare, evidente in particolare quando le voci dei vari vocalist si intersecano, come nel sensuale duetto fra Holly e Pollard You Make Me Feel , tratto dall’album del 1999 Take My Head o in Ruination, rock song di Restriction interpretata da Dave cui Holly fa eco con controcanti e armonizzazioni. Mentre sul megaschermo si succedono, a seconda di chi sia al microfono, i primi piani di Holly, Dave e Pollard, vecchi successi (fra cui la soave Nothing Else tratta dal loro album di debutto del 1996 Londinium) si alternano a brani recenti come Conflict, Violently o Third Quarter Storm ma gli accostamenti non stridono mai perché Keeler e Griffiths hanno studiato tutto (arrangiamenti in primis) nei minimi particolari.

Il concerto fila liscio e senza intoppi sino al momento del commiato, che avviene con Ladders, brano del nuovo album affidato a Pollard che parte lento e morbido per poi lasciare spazio sul finale a un muro di chitarre (quello creato dal primo chitarrista e Pen cui si aggiunge anche un finalmente vitale Griffiths). Sono le 22.35. Le luci si spengono e sui videowall compare il logo della band.

Il pubblico inizia a richiamarli a gran voce e ancora una volta gli Archive non si fanno aspettare. Nemmeno un paio di minuti e la band è nuovamente on stage. Il brano scelto per chiudere lo spettacolo è la lunga suite progressive trip hop Lights dall’omonimo album del 2006 con la sua lunga coda strumentale al termine della quale si spengono le luci. La band al completo torna sul palco per prodigarsi in inchini e godersi gli applausi del pubblico e infine Pollard prende la parola per ringraziare i presenti a nome di tutti e sancire così il termine di questo excursus nella carriera quasi ventennale degli Archive durato quasi due ore.

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