Gli At The Drive-In hanno ancora voglia di suonare e colpire duro (senza chiedere scusa a nessuno)

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Fabrique, Milano, 7 aprile 2016. La reunion degli At The Drive-In, band simbolo del post hardcore anni ’90, è uno di quegli eventi in grado di mandare in crisi i fan. Si tratta di quella strana sinergia che spinge gli irriducibili del “non esistono più”, “lo fanno solo per soldi”, “chi compra i biglietti è complice” a mandare in fumo tutti i propri saldi principi. Si finisce così col ricorrere alla prevendita del primo minuto per assicurarsi i tagliandi per uno di quegli show che sono sold-out già prima di essere annunciati.

Prendete una band cardine degli anni ’90 scioltasi all’inizio del decennio successivo – subito dopo l’album della detonazione, per di più – e aggiungeteci un background viscerale come quello della scena alternative. Viene da sé il fatto che una reunion a più di 20 anni di distanza dall’addio può percuotere un’intera generazione e scombinare almeno quella successiva. Questo è quello che è accaduto con la formazione texana, queste le premesse alla base del concerto al Fabrique. Messe poi da parte le riserve dei malfidenti che – giustamente – vedevano nella rapida successione di eventi “reunion-tour sold out-uscita di scena di Jim Ward” una manovra leggermente subdola, la realtà è semplice come uno schiaffo a mano aperta in pieno volto: andare a vedere dal vivo gli At The Drive-In è una delle cose migliori che sia capitata a quei tremila fortunati accorsi nel locale meneghino.

A sostituire il membro fondatore alla chitarra ci pensa Keeley Davis e a dirla tutta è andata di lusso. Già membro degli Sparta, band nata proprio dalla costola degli At The Drive-In formata da Ward (ironico, vero?) e Tony Hajjar, il buon Davis fa ben più di quello che un talentuoso turnista avrebbe potuto fare: si conquista il palco in più e più occasioni. E considerando che al suo fianco c’è Cedric Bixler Zavala in straordinario stato di grazia, il risultato è ancora più notevole.

La formazione di El Paso è carica come se il tutto si fosse fermato a prima di quel fatale 2001, l’anno dello scioglimento e della fine di un sogno (parola usata molto spesso da Zavala durante lo show). In fondo per gli ATDI è come rivivere una seconda giovinezza, ripartire da quella grandezza sfiorata e andata in fumo, ritrovandosi alle spalle ancora la sicurezza di Relationship Of Command, terzo e ultimo capitolo della breve ma intensa discografia. Di fatto quello che doveva essere il New Music Tour si rivela il revival che tutti i nostalgici dei Nineties speravano. Partendo da Arcarsenal e Pattern Against User, passando per Invalid Little Dept fino ad arrivare a One Armed Scissor, l’album pubblicato nel lontano settembre del 2000 viene riproposto quasi integralmente, con poco margine per In/Casino/Out e l’EP del 99 intitolato Vaya, e con buona pace dello snobbato esordio Acrobatic Tenement.

La scaletta di Milano è la copia carbone di quelle viste nelle altre date del tour, questo è da ammettere, ma proprio come le altre è serratissima, con un’ora e un quarto di pura violenza che sembra a malapena il tempo di un encore. Si finisco però con l’essere provati emotivamente e fisicamente da un ritorno che sembra non aver nulla di falso e costruito, qualcosa che nulla ha a che vedere con dinamiche di plastica: gli At The Drive-In hanno voglia di suonare, di colpire duro e non chiedere scusa a nessuno.

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